SOUMAHORO: UN EMBLEMA DELLA SOCIETA’ CIVILE “PROGRESSITA” E DI “SINISTRA”

Nel nostro paese ci sono più di 20.000 cooperative sociali per un totale di mezzo milione di lavoratori occupati. Le cooperative sociali sono costituite da un’estesa aristocrazia di “lavoratori” fortemente o relativamente privilegiati che trova nelle cooperative uno sbocco occupazionale ideale, e da una maggioranza di lavoratori particolarmente sfruttati. Il caso Soumahoro rimanda a tipologie di “malversazione” che comunemente si realizzano ai danni dei lavoratori dei servizi gestiti dalle cooperative sociali. Malversazioni che sono la norma e non l’eccezione, in quanto propri di tale specifica forma di intermediazione di manodopera, di precarizzazione e di fascismo aziendale.

Non c’interessa quindi entrare nel merito degli specifici reati contestati dalla Procura di Latina perché, in casi come questi, il nostro criterio attiene allo smascheramento delle forme di sfruttamento del “mercato della solidarietà”. Questione che va assai oltre la problematica, assolutamente riduttiva, dei “reati” individuati dai vigenti codici del diritto e dalla giurisprudenza relativi alla gestione dei rapporti di lavoro nelle cooperative sociali.

La “questione” di Soumahoro e famiglia rimanda anche ad un più complesso sistema di potere. In primo luogo le cooperative sociali presenti in vari ambiti dell’assistenza sociale anche di carattere sanitario rappresentano uno dei pilastri del cosiddetto Terzo Settore, in cui operano anche varie tipologie di fondazioni, ONLUSS, ONG, ecc. In secondo luogo operano nel quadro di vari livelli di consorziamento tra cooperative di diversi settori, con relativi intrecci con settori legati all’integralismo cattolico e alla Chiesa, al centro-sinistra e alla “sinistra radicale”. Infine, godono notoriamente di una particolare protezione accordata loro dai sindacati confederali e “alternativi”. Non a caso, tra il resto, lo stesso Soumahoro è stato per anni un funzionario sindacale di USB, per passare poi, come molti altri sindacalisti, al ‘palazzo’.

Soumahoro è un emblema del legame tra economia, politica, etica e ideologia, che  è costitutivo di quella parte “progressista” e di “sinistra” spesso “radicale” e “movimentista” della società civile e che si oppone, da tutti i punti di vista, al proletariato, all’ideologia comunista e alla prospettiva rivoluzionaria, andando ad appoggiare e favorire la corporativizzazione dello Stato e tutta una serie di relativi processi di fascistizzazione, mentre nello stesso tempo spiana la strada all’emergere di forze di potere e di governo sempre più fasciste.

Quindi parlare di Soumahoro vuol dire soprattutto sottolineare il nesso tra un sistema economico, politico ed egemonico che nutre e alimenta una sinistra reazionaria, e la questione del ruolo e del funzionamento della “società civile”, affermatasi via via nello sviluppo e nella decomposizione dell’imperialismo, come quella dimensione egemonica dello Stato Moderno complementare a quella relativa alla macchina burocratico-repressiva.

Rimandiamo quindi ad altri articoli del nostro lavoro di propaganda e di orientamento politico una più dettagliata trattazione critica del “sistema delle cooperative sociali, del No Profit e del Terzo Settore” e ci soffermiamo qui sul nesso di fondo che la questione Soumahoro richiama, quello del rapporto con la questione della politica, dello Stato e dell’imperialismo.

Nell’imperialismo lo Stato si “allarga” enormemente e la “società civile”, che nell’Ottocento era solo una dimensione embrionale e marginale rispetto alla gestione della macchina burocratico-repressiva statale, diviene invece una dimensione organica e permanente dello Stato deputata alla gestione dell’egemonia. La “società civile”, soggetta a un processo di ampliamento e consolidamento, si ritrova strettamente legata alla macchina burocratica-militare. La sua funzione è quella di operare per la conciliazione forzosa della lotta di classe.

Questa “società civile reazionaria” è composta dalle istituzioni cosiddette rappresentative, dai partiti di potere, dalle associazioni padronali e dai sindacati confederali, dagli apparati egemonici di Stato e dai servizi sociali pubblici, dall’articolato apparato ecclesiastico, dai circuiti della produzione intellettuale, dai mass media, dalle aziende dello spettacolo e, quindi, anche da tutto l’articolato mondo rappresentato dalle cooperative, dal volontariato, dall’associazionismo culturale, sportivo, ricreativo,  ecc. in cui, in un modo o nell’altro, il problema che caratterizza questa “società civile” è quello di ottenere il consenso e la passivizzazione delle masse e diffondere e consolidare l’influenza dell’ideologia borghese. 

È soprattutto la parte cosiddetta “democratica”, “progressista”, “riformista” di questa “società civile” che va smascherata, perché è quella che, prima di tutto, si oppone allo sviluppo della coscienza, dell’iniziativa e dell’organizzazione politica di classe, dei settori più dinamici e combattivi del proletariato, delle masse popolari e degli studenti. Uno dei problemi principali oggi, per chi voglia lavorare all’apertura di un’alternativa di classe, è quello di disgregarne l’influenza a livello di massa al fine di costruire un blocco popolare a egemonia proletaria.

Questa parte “democratica”, “riformista” e di “sinistra” della “società civile reazionaria” è estesa e presente in modo capillare ed è legata da mille fili con la macchina burocratico-repressiva e con le rimanenti componenti fasciste, populiste e integraliste della stessa “società civile”.

Se vogliamo capire perché non c’è ancora un effettivo partito comunista dobbiamo considerare il fatto che la “sinistra radicale”, gran parte dell’estrema sinistra e la quasi totalità del sindacalismo alternativo, mirano ad una collocazione economica, ideologica e istituzionale all’interno di tale “società”. Mirano cioè ad usufruire di quote crescenti dei sovraprofitti dell’imperialismo italiano e dei flussi di spesa pubblica destinati dal grande Capitale alla produzione e riproduzione del consenso reazionario. Conseguentemente, competono per incrementare i propri privilegi economici e i propri spazi di potere al suo interno. I lavoratori, le masse popolari, i giovani vengono sollecitati da queste componenti a dare il proprio supporto a questo tipo di imprese. Le lotte dei lavoratori e dei giovani vengono usate per espandere ulteriormente la “società civile”. La misera e spesso del tutto apparente opposizione alle forze fascio-populiste e integraliste è portata avanti con una logica concorrenziale che non è quindi né democratica, né progressiva.

Se guardiamo anche alle lotte degli anni Sessanta e Settanta, possiamo vedere come siano state sconfitte da una “rivoluzione passiva”, che ha visto in prima fila i ceti politici e sindacali di varie organizzazioni cosiddette rivoluzionarie che combattevano per “l’allargamento della società civile”, per il rinnovamento delle “istituzioni”, del PCI e dei sindacati confederali, per l’espansione delle politiche culturali, sociali ed assistenziali, per l’istituzionalizzazione delle allora nascenti cooperative relative ai più svariati settori. In questo senso, tutte queste “riforme” sono state un paradossale sottoprodotto della lotta di classe.

Attualmente i riformisti (compresi quelli che si definiscono “comunisti”) che operano in questa “società civile” e che soprattutto, come centinaia di migliaia di “giovani progressisti”, aspirano a farne organicamente parte, si pongono l’obiettivo di ripartire diversamente i profitti tra i ceti politici e i settori sociali incorporati di fatto nella società civile o strettamente connessi ad essa. Mentre si ripartiscono profitti, privilegi e flussi di spesa pubblica, strumentalizzano e manipolano sul piano politico, ideologico e culturale il proletariato e le masse popolari, condannandole al giogo di una crescente fascistizzazione oltre che di uno sfruttamento sempre più marcato.

Il Capitale, in particolare nella sua fase morente, quella imperialista, per sua natura non può essere giusto, né riformatore nei confronti del proletariato e delle masse popolari e dei giovani provenienti da tali classi sociali. Non esiste un “equo compenso” per chi lavora e produce plusvalore o per chi, senza produrlo, è comunque assoggettato a sistemi di sfruttamento e precarizzazione che spesso sconfinano in forme di semi-schiavitù e di lavoro servile.

Per capire maggiormente il rapporto esistente tra imperialismo e “società civile”, in particolare quella “progressiva”, di “centro-sinistra” e di “sinistra” dopo la II guerra mondiale, bisogna considerare il passaggio, che si è compiuto a più riprese nel nostro paese, da uno schieramento politico e sociale riformista, socialdemocratico e a volte formalmente “comunista” ad un’adesione più organica agli interessi e alla politica del grande capitale monopolistico privato e pubblico ovviamente sempre intrecciato, a partire dalla sua base nazionale, con il capitale internazionale.

Esiste dunque una relazione tra questi passaggi che poi, appunto, si consolidano organicamente e stabilmente all’interno della “società civile reazionaria” e il nazionalismo, il sostegno alle “guerre umanitarie”, il pacifismo guerrafondaio mascherato da ideologia della non-violenza, la visceralità degli attacchi contro le lotte rivoluzionarie anti-imperialiste e soprattutto le guerre popolari dirette, nei paesi a capitalismo burocratico, da effettivi partiti marxisti-leninisti-maoisti.

Nella fase imperialista la libera concorrenza viene relativamente soffocata e marginalizzata. Alla libera concorrenza dei piccoli capitali e di uno stuolo infinito di piccoli produttori, contadini, artigiani e piccoli commercianti, si sostituisce il tallone di ferro del Capitale monopolistico, del Grande Capitale finanziario, che dà l’avvio a una competizione su vasta scala per il controllo dei mercati, delle fonti di materie prime, delle sfere d’influenza e, in ultima analisi, per il dominio del mondo ad opera di questa o quella potenza imperialista o di questo o quel gruppo di potenze.   

 Lenin indicava la posizione storica dell’imperialismo nello sviluppo del capitalismo: “Si comprende perché l’imperialismo sia capitalismo morente, e costituisca il passaggio al socialismo; il monopolio sorto dal capitalismo è già la morte del capitalismo, l’inizio del suo passaggio al socialismo”.[i]

Lenin portò una quantità di prove irrefutabili che dimostravano che anteriormente alla I guerra mondiale l’imperialismo dava segni evidenti di decadenza. Sotto il dominio dei monopoli furono trascurati in modo sempre più sfacciato gli interessi delle larghe masse dei consumatori, si rinunciò perfino a sfruttare tutte quelle invenzioni tecniche che avrebbero potuto favorire il progresso sociale e culturale, ma che avrebbero decurtato i profitti dei padroni dei monopoli. L’industria degli armamenti assunse proporzioni gigantesche, la tecnica e la scienza vennero messe sempre di più al loro servizio. Del resto, il capitalismo monopolistico cerca di trarre i profitti non tanto dall’aumento della produzione, quanto dalle operazioni finanziarie, dall’esportazione dei capitali, dallo sfruttamento coloniale e così via. Il risultato fu un aumento gigantesco del capitale finanziario e parallelamente degli strati parassitari della popolazione. Il numero di coloro che vivevano di rendita e non partecipavano in alcun modo alla produzione aumentò considerevolmente. Crebbe a dismisura il numero del personale impiegato nelle banche, nelle società commerciali e nell’apparato statale.  Tutti questi fenomeni non avvenivano per caso, non erano frutto di un’azione arbitraria di uomini politici imperialisti, ma erano l’inevitabile risultato delle leggi di sviluppo proprie del capitalismo monopolistico.

Il capitalismo nella sua fase imperialista con la costituzione dei monopoli non ha eliminato i contrasti tipici del capitalismo, viceversa li ha accentuati ed esasperati. Oggi sta portando il mondo nel pieno della III guerra mondiale, sta diffondendo un sistema oligarchico, corporativo e sempre più apertamente fascista in tutti i paesi del mondo, sta accentuando all’inverosimile l’oppressione della maggior parte dei paesi del mondo assoggettati all’imperialismo, al capitalismo burocratico e al feudalesimo. Gigantesche ondate migratorie partono dai paesi devastati dalle economie imperialiste. Nei paesi imperialisti, in particolare in quelli marginali e semi-dipendenti come l’Italia, il proletariato e le masse popolari vengono privati dei diritti politici e sindacali più elementari e ridotti in condizioni di precarizzazione, disoccupazione e semi-povertà. Persino il clima risente dell’opera e delle logiche devastanti del capitalismo morente. Tutto questo ha il suo rovescio, tutto questo spinge su scala mondiale alla rivoluzione proletaria. Esiste una tendenza oggettiva, profonda, insopprimibile alla rivoluzione proletaria. Essa si nutre anche delle irricucibili fratture aperte dalle grandi rivoluzioni proletarie del passato, dalle guerre partigiane antifasciste e antinaziste, dalle democrazie popolari successive alla fine della II guerra mondiale, dalle grandi esperienze di costruzione del socialismo in Russia e in Cina con la loro punta più alta rappresentata dalla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria maoista.

Per questo l’imperialismo e le classi reazionarie di tutti i paesi del mondo si difendono in tutti i modi, in particolare promuovendo giganteschi apparati statali, dai tratti persino sovranazionali, dediti al dominio politico ed egemonico.

A quest’opera di difesa, di salvaguardia di un sistema economico e politico morente, le componenti cosiddette “democratiche”, “progressiste” e di “sinistra” della “società civile reazionaria” nel nostro paese, come in tanti altri paesi del mondo, cercano in tutti i modi di contribuire, costi quel che costi. Anche se tutto questo significasse, come in effetti sta accadendo aprire la strada al fascismo più aperto e dispiegato.

NUOVA EGEMONIA


[i] Lenin, L’imperialismo e la scissione del socialismo, in Opere complete in lingua, IV edizione, vol. 23, pag. 94.

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