OTTO MARZO: IL DESTINO DELLE DONNE È LEGATO ALLA LOTTA PER UNA SOCIETÁ COMUNISTA, PER UNA SOCIETÁ SENZA CLASSI

L’otto marzo pone la questione generale della lotta per la liberazione della donna. L’ideologia rivoluzionaria del proletariato, a partire dalla sua fondazione con Marx ed Engels per arrivare nelle fasi successive al marxismo-leninismo-maoismo, dà una spiegazione storico-materialistica dei motivi di fondo di tale espressione e indica con precisione perché il destino delle donne è legato al comunismo e alla lotta per la sua affermazione. Le donne hanno perso il loro prestigio e la loro libertà con il crollo del comunismo primitivo e l’avvento delle società divise in classi e fondate sull’oppressione e sullo sfruttamento di una minoranza ai danni della maggioranza. Dallo schiavismo al feudalesimo, al capitalismo e all’imperialismo, le donne hanno continuato ad essere relegate in una condizione di marginalità e subalternità. Tutti i passaggi più progressivi dello sviluppo dell’umanità sino alla rivoluzione proletaria con le sue storiche conquiste hanno posto in primo piano il protagonismo delle donne e alimentato la lotta contro la loro condizione di oppressione. L’ideologia rivoluzionaria del proletariato, il marxismo-leninismo-maoismo, è l’unica spiegazione teorica in grado di illuminare la storia delle donne ed è l’unica concezione del mondo che ne indichi la via per la loro definitiva emancipazione.

Il femminismo che iniziò a svilupparsi in Europa nella prima metà dell’Ottocento come manifestazione delle tendenze borghesi liberali e di quelle democratico-borghesi rivoluzionarie aveva senza ombra di dubbio un portato progressista. Dopo questo periodo, con la nascita del marxismo, via via che avanzava la teoria del proletariato che si stava affermando sulla scena mondiale attraverso lotte rivoluzionarie, la borghesia ormai al potere da classe rivoluzionaria si trasformava in una classe controrivoluzionaria. Tutto questo comportava il fatto che alla fine dell’Ottocento, con l’entrata del capitalismo nella sua fase terminale, quella dell’imperialismo, il movimento femminista fosse ridotto sostanzialmente alle donne della borghesia liberale e, pur mantenendo ancora certi tratti progressisti, nel suo complesso andasse evolvendosi in senso reazionario. Al contrario, le donne e gli uomini più avanzati della classe operaia e delle masse popolari, sotto la guida del marxismo sviluppavano la loro coscienza in quanto classe, individuando negli interessi della borghesia interessi antagonistici a quelli del proletariato.
Grazie all’affermazione e all’espansione del marxismo prima e del marxismo-leninismo e marxismo-leninismo-maoismo poi tra il proletariato e le masse popolari di gran parte del mondo, il Novecento vedeva a più riprese fiorire partiti comunisti rivoluzionari in quasi tutti i paesi. All’interno di questi partiti donne e uomini partecipavano fianco a fianco alla lotta per l’avanzamento della Rivoluzione Socialista nei paesi imperialisti e per l’affermazione delle Rivoluzioni di Nuova Democrazia nei paesi a capitalismo burocratico. Questo avveniva nella piena consapevolezza che non ci può essere reale emancipazione dell’umanità, reale uguaglianza tra uomini e donne e reale eliminazione dell’oppressione delle donne in una società divisa in classi. Così come è sempre stato chiaro a questi partiti, a queste donne e a questi uomini rivoluzionari che la vera emancipazione delle donne è indissolubilmente legata alla lotta per l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e dello sfruttamento di un pugno di uomini sulla maggioranza dell’umanità. Le esperienze vittoriose delle rivoluzioni in URSS e in Cina, compresa l’esperienza della GRCP, sono state le uniche esperienze che abbiano realizzato effettivi cambiamenti rivoluzionari su vasta scala nella condizione politica, economico-sociale e culturale delle donne e sono state d’esempio per tutte le donne rivoluzionarie e sinceramente democratiche a livello mondiale.

In Italia, la lotta di emancipazione delle donne rivoluzionarie ha raggiunto il suo apice nella partecipazione attiva alla guerra civile antifascista e di Resistenza per l’affermazione di una Democrazia Popolare sulla strada del Socialismo tradita e liquidata dal partito comunista diretto da Palmiro Togliatti. Tra le altre cose, Togliatti lavorò contro l’emancipazione delle donne, avviando una vasta campagna ideologica volta in primo luogo a cancellare il protagonismo delle comuniste durante la Resistenza. A questo proposito, fin dall’aprile 1945 s’impegnò in vari modi a diffondere direttive al partito per ostacolare la partecipazione delle partigiane ai cortei che sfilavano dentro le città liberate in festa per la vittoria sul nazifascismo. La campagna proseguì con l’intento esplicito di risospingerle nell’ambito privato, che le relegava al ruolo di cura e di assistenza della famiglia all’interno delle mura domestiche. Il PC di Togliatti riconfermava così e sanciva la continuità, anche su questo piano, con l’ideologia oscurantista del regime fascista e della chiesa.
Nell’Italia della metà degli anni Sessanta, il movimento femminista riappariva brevemente per poi confluire rapidamente nei vari gruppi e nelle varie organizzazioni dell’allora estrema sinistra. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta e negli anni immediatamente successivi, andando in controtendenza rispetto al maschilismo e alla mistificante etica interclassista del “siamo tutti compagni”, che sempre caratterizzava organizzazioni come i cosiddetti “marxisti-leninisti”, i “trotskijsti e i bordighisti, AO-DP, Lotta Continua e parte delle aree dell’Autonomia Operaia, la bandiera della lotta contro l’oppressione delle donne e dell’indissolubile nesso tra liberazione delle donne e lotta per il comunismo veniva impugnata soprattutto dalle organizzazioni combattenti. Il protagonismo delle donne comuniste era infatti una caratteristica di queste organizzazioni, in particolare della principale tra esse. Il carattere movimentista di tali organizzazioni e le loro posizioni eclettiche hanno giocato un ruolo decisivo nell’insorgere della loro crisi e della successiva sconfitta.
Mentre avveniva tutto questo, i gruppi e i movimenti egemonizzati dalle aree del rivoluzionarismo opportunista e piccolo-borghese del marxismo critico e della nuova sinistra evidenziavano già a metà anni Settanta quelle dinamiche che sarebbero sfociate in una profonda regressione ideologica e politica. La pressione esterna rappresentata dalla repressione e dalle leggi liberticide ha avuto un peso rilevante solo perché ha potuto operare sulle cause interne ai gruppi amplificandole. Il centro della questione risiedeva nelle teorie, nelle strategie e nelle linee ideologiche e politiche di queste forze. Così un processo potenzialmente rivoluzionario, caratterizzato da un rilevante investimento di energie e vite individuali, finiva per trasformarsi, in linea con gli interessi e le aspettative dell’avversario di classe, in un’operazione, pur parziale e momentanea, di riorganizzazione e ricostruzione della società civile reazionaria anche attraverso la selezione e la cooptazione del ceto politico piccolo-borghese di parte rilevante di tali organizzazioni.
L’erompere delle dinamiche della crisi dei gruppi opportunisti si è espressa anche nella forma della riemersione del femminismo.
Se prima predominava in tutti i gruppi opportunisti il maschilismo e, in modo mistificante e idealistico, il mito identitario di un’etica “comunitaria” concepita come immediata possibilità di nuove relazioni non più oppressive, proprietarie e competitive tra uomo e donna capaci di connettere l’ambito personale e privato con quello della militanza politica, tutto questo andava in frantumi con l’erompere della crisi politica e ideologica di tali gruppi. La via del femminismo si è però limitata a sostituire l’etica identitaria comunitaria di carattere idealistico con un altro mito altrettanto idealistico e in ultima analisi regressivo, quello del carattere strutturale dell’antagonismo tra uomo e donna all’interno del partito, della classe del proletariato e delle masse popolari. Che poi la genesi di tale “carattere strutturale” sia stata di volta in volta attribuita alla differenza di genere o al ruolo del capitalismo, la cosa è secondaria.
La ripresa e l’ascesa del movimento femminista ha rappresentato un tentativo di risposta alla crisi ideologica delle organizzazioni politiche emersa con particolare crudezza sul piano delle relazioni uomo-donna e, contemporaneamente, un passaggio ulteriore della decomposizione dei gruppi opportunisti. Tale crisi politica e ideologica conteneva in sé un grande potenziale evolutivo di critica complessiva delle posizioni egemoni nei movimenti e di dissoluzione costruttiva dei gruppi rivoluzionari piccolo-borghesi degli anni Settanta, con relativa apertura di una diversa prospettiva di organizzazione e di lotta per la liberazione delle donne collegata alla prospettiva del comunismo. Ma la risposta è stata quella di fissare e sancire sul piano ideologico, filosofico ed etico l’antagonismo tra uomo e donna nell’ambito dello stesso proletariato e delle masse popolari.
Tale problema culturalistico e idealistico continuerà a riprodursi negli anni successivi in forme nuove. La crisi dei gruppi e delle aree “comuniste”, “marxiste-leniniste”, movimentiste ed anarchico-burocratiche continuerà sempre a riproporre e rappresentare questa duplice possibilità, per quanto attiene alla questione delle donne: o femminismo (più o meno ecletticamente e confusamente “marxista”) o lotta delle donne per il comunismo. Questo con buona pace di chi continuerà a razzolare dentro tutto ciò, cercando di mettere insieme l’uno e l’altra.
Partendo quindi dalla tesi di una differenza originaria tra uomo e donna, che si esprimerebbe aprioristicamente in una relazione strutturalmente antagonistica, il pensiero femminista ha promosso pratiche di lotta corporative per “interessi d’identità” o limitate ad un culturalismo sterile di ‘risignificazione’ del linguaggio. Spacciando gli interessi identitari per realtà oggettiva, il femminismo, in tutte le sue varianti, volutamente o meno ha lavorato per scavare un fossato antagonistico all’interno delle masse popolari. Ciò ha operato anche per quanto attiene a varie forme del presunto “femminismo marxista”, che concepiscono la contraddizione uomo-donna non come un’articolazione della contraddizione di classe ma come una contraddizione specifica supplementare a quella di classe.
Le correnti del femminismo degli anni Settanta e quelle odierne sono legate alla filosofia idealistico-soggettiva del postmodernismo operante al servizio dell’imperialismo. Oggettivamente, negando in generale il carattere di classe della società e la lotta di classe come legge dello sviluppo storico e sociale e, nel particolare, che la “contraddizione uomo-donna” possa essere solo un’articolazione della contraddizione di classe che si riflette in seno al popolo, le varie correnti del femminismo hanno svolto e svolgono il loro ruolo di sostegno ad un processo di rivoluzione passiva (Gramsci).
In linea con le teorie del postmodernismo, le femministe hanno sostenuto e sostengono interessi particolari e soggettivi, enfatizzano e difendono le cosiddette “politiche di genere” o “d’identità”, creano illusioni tra le masse popolari, attribuendo alle rivendicazioni astratte del “riconoscimento della differenza” o della “decostruzione” della “lingua maschile” il potere di innescare un cambiamento sociale fondato sulla responsabilizzazione . Questo, al contrario, equivale a riprodurre una contraddizione antagonistica tra gli uomini e le donne appartenenti alle masse popolari, a frammentarle subordinando gli interessi sociali collettivi del proletariato agli “interessi d’identità”.
Anche le correnti del femminismo “marxista” o “anticapitalista”, che fanno le acrobazie per mantenere nel loro impianto teorico il richiamo al marxismo, sono di fatto in linea con le teorie del postmodernismo* e rigettano la filosofia propria del marxismo, il materialismo storico-dialettico. La teorizzazione da parte di queste correnti del separatismo nell’organizzazione comunista e della teoria della doppia rivoluzione porta a negare il fatto che l’unico criterio che si può mettere in primo piano è quello relativo alla contraddizione di classe. La contraddizione tra uomo e donna nel proletariato e nelle masse popolari è, rispetto alla sua dimensione strutturale, di tipo non antagonistico, una contraddizione quindi in seno al popolo. Senza l’assunzione della centralità della contraddizione di classe è inevitabile arrivare a negare che la lotta per la liberazione della donna sia parte interna e costitutiva della prospettiva comunista e quindi è inevitabile rigettare la filosofia del materialismo-dialettico, sintesi teorica della conoscenza e della pratica relativa all’intera storia dell’umanità, della lotta di classe e del MCI.
In questo senso, il titolo del libercolo del 1970 di Carla Lonzi “Sputiamo su Hegel”, con il suo disprezzo per la dialettica materialistica e la concezione del mondo del proletariato, può essere considerato la sintesi del “programma filosofico” di tutto il femminismo della seconda metà degli anni Settanta e dei decenni successivi sino ad oggi.
Senza il materialismo storico-dialettico è impossibile analizzare e comprendere la condizione di oppressione delle donne delle masse popolari, è impossibile indicare la strada della definitiva liberazione delle donne, è impossibile trasformare la società. Per questo è necessario lavorare alla costituzione di un partito comunista e alla costruzione di una prospettiva e di una linea conformi che, nella lotta contro l’oppressione della donna, contro il maschilismo e il burocratismo dominante nelle organizzazioni dell’estrema sinistra, contro le logiche settarie e individualistiche del femminismo postmoderno, permettano di lavorare per ridare significato e slancio al protagonismo delle donne delle masse proletarie e popolari e per arrivare alla formazione di un effettivo movimento popolare delle donne rivoluzionarie** .

NUOVA EGEMONIA

*Sulla questione si veda l’utile e ben impostato opuscolo del MOVIMENTO FEMMINILE POPOLARE DEL BRASILE<<“Postmodernismo” e femminismo: individualismo e relativismo borghese al servizio dell’imperialismo>> https://nuovaegemonia.com/2023/08/23/postmodernismo-e-femminismoindividualismo-e-relativismo-borghese-al-servizio-dellimperialismo/


**Il testo di questo articolo che evidenzia il nesso tra lotta per la liberazione delle donne e lotta per il comunismo riprende una serie di temi ampiamente trattati nel libro a cura di Nuova Egemonia “COMUNISMO, LOTTA DI LIBERAZIONE DELLE DONNE E CRITICA DEL FEMMINISMO BORGHESE” . Il libro è integralmente scaricabile al seguente link https://nuovaegemonia.com/2024/12/07/un-libro-maoista-per-la-lotta-di-liberazione-delle-donne/

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