Il PKK, la questione curda e la necessità della lotta rivoluzionaria per la liberazione nazionale

Il 1° marzo il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha accolto la proposta del suo leader Abdulla Ocalan. Di conseguenza, è stato dichiarato un cessate il fuoco unilaterale da parte di tale partito. Il PKK ha richiesto la liberazione di Ocalan che dovrebbe guidare un congresso finalizzato anche ad un possibile scioglimento dell’organizzazione.

Questa notizia indica la palese intenzione del PKK di procedere verso l’annientamento dell’eroica armata del popolo curdo. Un’intenzione che si palesa dopo ormai vari anni di cedimenti opportunistici nei confronti del fascismo Turco e di tentativi reazionari di utilizzo opportunistico delle contraddizioni tra i vari Stati ed imperialismi presenti nell’area medio-orientale che ha portato il PKK anche ad una politica a tratti ambigua.

La decisione del PKK è stata elogiata da diversi blog italiani della cosiddetta “sinistra radicale” e dell’ “estrema sinistra” che negli ultimi anni si sono contraddistinti per la loro propagande del modello del “confederalismo democratico”, la cui più importante “applicazione” è stata portata avanti nel nord-est della Siria. Secondo questi gruppi, criticare la linea liquidazionista di Ocalan e del suo partito significa mancare di spirito internazionalista e cadere in una sorta di nazionalismo.

È importante affrontare la questione dal punto di vista politico ed evidenziare l’odierna natura collaborazionista e reazionaria del PKK, oggettivamente e soggettivamente funzionale allo Stato fascista turco ed all’imperialismo USA e delle varie potenze europee. Inoltre si tratta di considerare la questione sul piano generale dal punto di vista dell’ideologia scientifica del proletariato: il marxismo-leninismo-maoismo. I maoisti affermano il pieno diritto del popolo curdo, e di tutti i popoli oppressi dall’imperialismo, alla guerra rivoluzionaria per l’autodeterminazione, diritto che significa innanzitutto diritto a procedere con la secessione della nazione oppressa se questa è la volontà del popolo e se appunto la secessione assume un carattere democratico ed antimperialista.

Il grande dirigente marxista-leninista-maoista turco Ibrahim Kayppakaya ha lottato a fondo sul piano politico e con il più grande rigore ideologico su quello teorico contro le tendenze scioviniste che caratterizzavano il revisionismo turco dell’epoca ed ha scritto una magistrale opera intitolata “La questione nazionale” per smontare le tesi dei dirigenti dell’epoca che appoggiavano il fascismo turco (kemalismo). Seguendo questo spirito internazionalista, il suo partito, il TKP/ML ha combattuto per anni contro l’espansionismo turco.

La Turchia è uno stato semicoloniale e semi-feudale, in questo tipo di stati la prima fase della rivoluzione è quella di Nuova Democrazia, il cui compito è tra le altre cose garantire il diritto all’autodeterminazione dei popoli che vivono nei territori di quello stato. La rivoluzione di Nuova Democrazia è guidata dal proletariato in alleanza con le altre classi rivoluzionarie. Solo un partito proletario è in grado di portare a termine questa rivoluzione e aprire la strada alla costruzione del socialismo. I limiti di fondo dell’esperienza del PKK e di tutta una parte del movimento di liberazione nazionale curdo possono essere individuati nella natura di classe borghese dei suoi leader, che non hanno mai messo all’ordine del giorno i compiti della rivoluzione democratica e che per questo motivo sono via via caduti nel tradimento delle finalità della lotta di liberazione nazionale.


Un altro problema è quello del giudizio e di una valutazione di principio circa la possibilità di entrare in trattativa con le forze reazionarie del nemico. Si tratta di considerare se appunto questo risulti legittimo o meno. Questa può essere una possibilità concreta, che in determinate circostanze nel corso della guerra popolare può portare alcuni benefici, pur secondari, alla rivoluzione. Tuttavia, queste trattative possono avere un unico carattere ed un unico obiettivo: contribuire ad accentuare la pressione sulle forze controrivoluzionarie del vecchio Stato, disgregare alcune forze intermedie che oscillano tra rivoluzione e controrivoluzione ed accelerare e potenziare lo sviluppo della guerra rivoluzionaria sino alla completa vittoria.

L’assenza di un partito guidato dall’ideologia del proletariato, di un esercito popolare e di un fronte unito che ponga le basi per il nuovo stato, sono tutti fattori decisivi che spiegano perché in Kurdistan non si sia sviluppata una vera guerra popolare come invece indicato dalla teoria militare del proletariato (nei paesi oppressi così come nei paesi imperialisti).

La storia del MCI negli ultimi decenni dimostra ampiamente la verità di queste tesi. Un rilevante esempio è stato quello dell’esperienza del Nepal del 1996-2006, dove la guerra popolare è stata progressivamente liquidata dal revisionista Prachanda con i cosiddetti “accordi di pace con il nemico”, che hanno rappresentato di fatto una capitolazione.

Tutto questo dimostra ampiamente che l’unico motto corretto per affrontare la questione della trattative con il nemico è: “la guerra popolare per una pace democratica e popolare”, perché una vera pace è impossibile, a partire dalla questione del Kurdistan, senza la vittoria completa della rivoluzione sulla reazione, senza la distruzione della vecchia e putrida macchina statale con un Nuovo Stato di Nuova Democrazia, l’unico in grado di garantire tutti i diritti alle minoranze nazionali e la formazione di un nuovo Stato.

La denuncia delle decisioni di una leadership capitolazionista e collaborazionista, che tra l’altro entrano direttamente in contraddizione con la lotta di liberazione del popolo palestinese, è un compito di tutti i sinceri internazionalisti in Italia e nel resto del mondo. È quindi necessario costruire le condizioni per una ripresa della lotta di liberazione nazionale del popolo curdo che oggi deve ormai confrontarsi, sul terreno politico e militare, contro lo stesso PKK e contro il partito che eventualmente emergerà dal suo ipotizzato scioglimento. La denuncia del collaborazionismo del PKK e l’opposizione alle forze falsamente comuniste che in Italia, a partire dalla Rete dei Comunisti, salutano le decisioni del PKK come espressione di una politica progressiva ed “internazionalista”, è parte integrante della necessità di schierarsi fermamente contro i piani di pacificazione del governo fascista turco e dell’imperialismo yankee, a sostegno dello sviluppo della guerra popolare condotta dai maoisti ed alla lotta rivoluzionaria per l’autodeterminazione del Kurdistan.


NUOVA EGEMONIA

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