ECUADOR: LE CAMPAGNE, UN POTENTE CATALIZZATORE RIVOLUZIONARIO

Un importante articolo che illustra, contro i cosiddetti fautori del “socialisti del 21° secolo” e contro le forze movimentiste e trotskijste, la natura economico-sociale dell’Ecuador come paese oppresso dall’imperialismo caratterizzato dal capitalismo burocratico e dal semi-feudalesimo. Quest’articolo evidenzia lo scontro esistente a livello internazionale tra le posizioni rivoluzionarie , che affermano la necessità del boicottaggio delle elezioni farsa al servizio della corporativizzazione delle masse popolari e le posizioni revisioniste ed opportuniste che promuovono o sostengono le elezioni reazionarie. Scontro in atto anche in Italia nelle tornate elettorali oggi in corso, dove solo i maoisti hanno sviluppato una puntuale battaglia teorico-politica a favore del boicottaggio elettorale e contro forze come Toscana rossa e Campania popolare insieme a tutte quelle che le sostengono (Rete dei Comunisti, parte rilevante del sindacalismo alternativo e dei cosiddetti movimenti di opposizione, CARC-nPCI ecc.).

ECUADOR: LE CAMPAGNE, UN POTENTE CATALIZZATORE RIVOLUZIONARIO

Traduzione non ufficiale da The Red Herald

Condividiamo qui di seguito una traduzione non ufficiale di una dichiarazione sulla situazione attuale in Ecuador dopo la fine della sollevazione indigeno-popolare e sui compiti futuri, pubblicata dal Partito Comunista dell’Ecuador – Sole Rosso.

Proletari di tutti i Paesi, unitevi!

LE CAMPAGNE, UN POTENTE CATALIZZATORE RIVOLUZIONARIO

La principale contraddizione del nostro tempo è tra l’imperialismo di ogni tipo, principalmente quello yankee, e le nazioni oppresse del mondo. Le potenze imperialiste si scontrano e colludono per dividersi territori, risorse e rotte; tuttavia, il teatro decisivo di questa contraddizione è il Terzo Mondo, scenario di guerre, occupazioni, blocchi e controrivoluzioni. Ci sono, tra gli altri, Palestina, Siria, Libano e Yemen; Afghanistan, Iraq e Libia; Sudan e Sud Sudan, Etiopia e Somalia nel Corno d’Africa; Mali, Nigeria e Burkina Faso; Repubblica Democratica del Congo e Mozambico; Sahara Occidentale e Haiti. In Asia i conflitti e le resistenze si diffondono in Myanmar, Bangladesh, Pakistan, India, Filippine e Papua Nuova Guinea; nell’Asia occidentale l’Iran è sotto assedio, e in Turchia e Kurdistan persistono guerre multiformi o ibride. In America Latina risuonano forte i tamburi della guerra, delle sanzioni e dell’ingerenza in Cuba, Messico e Venezuela, mentre militarizzazione e guerre interne dilagano in Colombia, Perù, Ecuador, Haiti e in ampie zone dell’America Centrale, oltre al punto di convergenza nautica nei Caraibi.

In questo contesto, le Guerre Popolari orientate alla conquista del Potere, come quelle in India, Turchia, Filippine e Perù, e le guerre di liberazione nazionale in altri Paesi, esprimono una legge ineludibile: dove l’imperialismo strangola e attacca, le masse imparano a combattere nel corso della guerra, innalzando le bandiere della guerra giusta contro quella ingiusta. In molti luoghi, armate in modo precario e rudimentale, le masse, colme di ottimismo, si ergono contro la minaccia nucleare, tecnologica e numerica che l’imperialismo pretende di imporre con arroganza. In questo senso, spetta a noi trasformare l’indignazione in organizzazione, la difesa in offensiva e la crisi in opportunità strategica per aprire la strada alla sconfitta dell’imperialismo e dei suoi lacchè, e imporre la Nuova Democrazia, che è una dittatura congiunta di operai, contadini e piccola borghesia, con il proletariato come centro; e, sulla base delle sue conquiste e trasformazioni, il socialismo.

Alla luce di questa analisi, possiamo comprendere meglio la presenza aggressiva dell’imperialismo yankee in America Centrale e Meridionale: la sua minaccia di invadere il Venezuela, strangolare la Colombia e mettere in funzione, a suo favore, l’apparato burocratico-latifondista del vecchio Stato ecuadoriano, in un contesto di lotta con Russia e Cina e, di fatto, con alcuni Paesi europei.

In questa offensiva yankee, l’Ecuador, e al suo interno il governo fantoccio di Noboa, giocano un ruolo importante nel cuore di questa strategia. Il processo di fascistizzazione di Noboa non è una coincidenza, né lo sono le sue pretese legali di riformare o creare una nuova costituzione, il cui perno centrale è legittimare la presenza di basi militari straniere (non russe, cinesi o di qualsiasi altro Paese, aspetto che sarebbe comunque rifiutato e combattuto), ma specificamente yankee. Inoltre, cerca di concedere maggiori poteri al governo e alle forze armate, che, proprio ora, sono totalmente e assolutamente controllate dagli Stati Uniti e da Israele.

Quando affermiamo che Noboa è un fascista e un fantoccio, ci riferiamo ai fatti; soprattutto un fantoccio, perché il suo carattere fascista deriva dalla sua posizione servile verso l’imperialismo. Basti dire che, per la prima volta, l’Ecuador, guidato dal suo Ministero degli Esteri, diretto da un agente del sionismo internazionale, si è astenuto dal voto contro il criminale blocco di Cuba all’ONU; ma ha dichiarato Hamas, Hezbollah e la Guardia Rivoluzionaria iraniana come organizzazioni “terroriste”, seguendo il mandato degli Stati Uniti.

Questo va compreso nella sua vera dimensione: servilismo, rappresentanza politica di Noboa e, soprattutto, crescente influenza politica degli Stati Uniti nel Paese. In altre parole, poco a poco stiamo perdendo l’indipendenza politica relativa che teoricamente avevamo e che ci caratterizza come Paese semicoloniale / semifeudale.

L’Ecuador di oggi è una società semicoloniale e semifeudale. Dire che è semifeudale non significa che non esista capitalismo; significa che l’imperialismo ha sviluppato, tardivamente, una forma di capitalismo legata agli interessi dei grandi latifondisti nella seconda metà del XIX secolo; che questi grandi latifondisti, allora come oggi, non intendono eliminare i residui feudali, ma piuttosto evolverli in nuove forme. Si tratta di un capitalismo (burocratico) che non sviluppa le forze produttive né promuove un’industria nazionale, ma si dedica all’imperialismo, principalmente yankee. È l’imperialismo yankee a delineare forme e relazioni di produzione secondo i propri interessi.

Questo capitalismo è in crisi, malato, paralizzato, e le sue contraddizioni non possono essere risolte con “sollevazioni” congiunturali o ribellioni occasionali, ma con un programma rivoluzionario profondo ed esteso, con una corretta direzione ideologica e con la Guerra Popolare.

Comprendere ciò è fondamentale per comprendere adeguatamente le dinamiche di lotta nel Paese, in particolare nelle zone rurali, dove il ruolo dei contadini poveri è stato decisivo, soprattutto nelle ultime tre insurrezioni popolari.

Noi comunisti non concepiamo la società come un insieme definito da razza, etnie, nazionalità o attori portatori di rivendicazioni di genere. La concepiamo sulla base dell’analisi storico-dialettica materialista e, quindi, l’analisi di classe avrà sempre la precedenza: la sua composizione, i suoi campi e le sue contraddizioni. In questo senso, osserviamo i contadini e la loro relazione con i mezzi di produzione; le relazioni di produzione; il fatto che, oggi, alcuni contadini si allineano a rivendicazioni etniche, pur essendo principalmente poveri, senza terra; altri che, lavorando terre altrui, diventano talvolta minatori artigianali; aspetti che determinano la particolarità e la diversità dei centri di contraddizione nella sfera produttiva. Comprendiamo che, poiché la rivoluzione borghese-democratica tradizionale non si è realizzata, il proletariato agricolo povero è la classe più sfruttata, poiché immersa e vincolata a relazioni precapitalistiche o, più chiaramente, feudali e semifeudali.

Su queste basi, vogliamo concentrarci sugli eventi attuali nel Paese.

La sollevazione indigeno-popolare si è conclusa dopo 31 giorni di lotta intensa e instancabile; una lotta in cui le masse, oltre a mobilitarsi, hanno pagato con il loro sangue: morti, feriti, mutilati; oltre a detenuti e perseguitati.

Come nelle sollevazioni del 2019 e del 2022, le masse contadine sono state la forza principale della mobilitazione, accompagnate da lavoratori, studenti, venditori e settori popolari che si sono ribellati con determinazione contro governi che, come l’attuale, sono stati alieni agli interessi della stragrande maggioranza. In altre parole, in queste ribellioni, i contadini sono stati la forza principale.

Questo ciclo dimostra che le campagne continuano a essere un “potente catalizzatore rivoluzionario” e che, stabilendo la corretta alleanza di classe con i lavoratori e le altre masse sfruttate, in questi contesti e forme di lotta essa diventa una forza capace di destabilizzare il vecchio Stato.

La combattività delle basi del movimento indigeno-contadino, al di là del discorso etno-culturale di certi leader opportunisti che hanno focalizzato il vortice delle contraddizioni in campo su multiculturalismo, diritti collettivi e difesa del “territorio”, ha sussunto la contraddizione principale: le masse contro il semi-feudalesimo, che ha un volto e una voce propri: contadini con poca o nessuna terra, e di scarsa qualità; produzione artigianale come strategia di sussistenza; mutazione ciclica dei contadini poveri in semi-proletariato nel settore minerario informale; servilismo, espropriazione della terra e migrazione forzata. Tutto questo è espressione del più abietto semi-feudalesimo che mantiene i contadini, “indigeni” o meno, sull’orlo della ribellione.

Questo è ciò che va visto ed elaborato. Il movimento indigeno, incoraggiato dalla sua leadership, parla di “territorialità”; tuttavia, in esso convivono latifondo e mini-fondo: ci sono terre nelle mani delle comunità, ma anche vaste estensioni controllate da grandi latifondisti nazionali e stranieri. Curiosamente, gli indigeni/contadini che abitano i cosiddetti “territori”, che in realtà sono proprietà private, mini-fondi, sono i braccianti, i mezzadri e i lavoratori del latifondo in quelle zone.

La proprietà latifondista, invece di diminuire, è aumentata. Ci sono molti esempi: il consorzio Wong, ex Ministro dell’Interno sotto Noboa, possiede circa 30.000 ettari nel Guayas (Marcelino Maridueña); nelle province di Esmeraldas e Santo Domingo de los Tsáchilas, quasi 300.000 ettari di palma africana sono nelle mani di pochi proprietari; il consorzio Nobis dello stesso Noboa possiede terre in varie parti del Paese; la compagnia zuccheriera Valdez gestisce quasi 10.000 ettari, oltre a estese piantagioni di banane. A Cotopaxi, Aglomerados Cotopaxi e Durini possiedono circa 30.000 ettari, e Cobo controlla circa 19.000 ettari nel cuore di quello che la CONAIE chiama “territori indigeni”. A ciò si aggiungono le migliaia di ettari della hacienda Fukurama, sì, la stessa denunciata per pratiche di schiavitù nel XXI secolo. I giornalieri, i mezzadri, gli affittuari e i lavoratori che lavorano in queste proprietà sono spesso soggetti a relazioni di lavoro feudali o semi-feudali.

Gli allevatori di gamberi possiedono 233.000 ettari, la stessa quantità di terra posseduta da 1.800.000 contadini poveri. A questo “fenomeno” dobbiamo aggiungere i milioni di ettari consegnati alle grandi compagnie minerarie; un veicolo che ha generato una nuova ondata di grandi latifondisti legati a queste multinazionali minerarie, ma anche alla piccola e media attività mineraria, scenari in cui le masse contadine povere vengono violentemente espropriate dei loro piccoli appezzamenti. Inoltre, sono loro a mettere a rischio la propria forza lavoro e le proprie vite di fronte ad abusi e violenze dello Stato, per lo Stato e da parte di sicari.

All’estrema concentrazione della proprietà, con proprietà individuali o consortili di 10.000, 20.000 o 30.000 ettari, si aggiungono monoculture e il controllo di intere catene produttive: canna da zucchero, palma, banana, e legname con integrazione verticale (terra–trasformazione–esportazione).

Si tratta di scenari caratterizzati da rapporti di lavoro precari o servili: paga a cottimo, outsourcing, indebitamento presso spacci interni, alloggio nelle fattorie e sfollamenti forzati. Reclutamento forzato di contadini per lavorare nelle miniere; affitto di terra e lavoro sotto la modalità “al partir” [lavoro in condizioni semifeudali, n.d.t.]. Controllo dei beni comuni e delle servitù: accaparramento dell’acqua, strade e diritti di passaggio, con sicurezza privata e criminalizzazione della protesta. Cattura regolatoria e fiscale: vantaggi regolatori e logistici che rafforzano la concentrazione e ostacolano una reale riforma agraria.

Questi elementi, insieme ai casi specifici citati, mostrano che il problema non è solo la “territorialità” come slogan generale e vuoto, ma il potere di classe sulla terra e sul lavoro, espresso in un regime che riproduce relazioni feudali e semifeudali nel XXI secolo.

È di questo che la leadership del movimento indigeno dovrebbe preoccuparsi, del fatto che i contadini vivono in condizioni precarie, che tutto ciò deve essere eliminato, e che ciò non può essere fatto attraverso consultazioni, votazioni o nel tugurio del Parlamento. No, impossibile. Deve essere fatto con la violenza rivoluzionaria. Il potere dei gamonales [signore locale legato alla proprietà terriera; n.d.t.]deve essere distrutto, e per farlo occorre abbattere le sue figure di riferimento, i capi locali, quei contadini venduti agli stessi gamonales che riproducono il vecchio Stato nelle relazioni di produzione, che sono gli esecutori diretti dei processi di corporativizzazione delle masse contadine e che vanno sconfitti in ogni modo.

In questo contesto, è urgente riconoscere che, in assenza di una corretta linea ideologica, la lotta contadina, senza sottovalutarne la costanza, soprattutto attorno alla necessità di risolvere il problema agrario, ha un carattere in parte spontaneo, spesso fomentato dalla sua leadership, che storicamente ha dimostrato che, oltre a essere traditrice e opportunista, ha una propria agenda, senza altro obiettivo che avvicinarsi alle elezioni e alla burocratizzazione del movimento indigeno-contadino. Inoltre, tipico dell’influenza del trotzkismo, sostenuto da Iza e i suoi collaboratori, essi promuovono l’idea di lanciare il movimento indigeno in giornate “insurrezionali”, poiché considerano questa la forma di lotta che permetterebbe a queste masse di “prendere il potere”. È come cercare di seguire la via russa combinata con la partecipazione alle elezioni e altre sciocchezze burocratiche.

L’ultima sollevazione indigeno-popolare, come le precedenti, è stata tradita dalla sua leadership; questa volta sotto il comando di Marlon Vargas, rappresentante instabile e codardo di una pletora di leader che hanno seguito la stessa tabella di marcia: inizialmente con retorica radicale e incendiaria; poi amichevole e conciliante verso il governo e le classi dominanti, e infine, ciliegina sulla torta, finiscono come candidati presidenziali!

Tutto questo sproloquio si accompagna a un “progetto” incentrato sul “comunismo indo-americano”, una frode che decontestualizza Mariátegui, presentandosi come reinterpretazione “originale” del marxismo per l’America Latina che privilegia l’indigeno/andino come nucleo della civiltà, prendendo elementi isolati da Amauta, indigenismo e comunitarismo andino, e combinandoli con agende che cercano un programma nel passato; un programma che sposta assurdamente l’asse della lotta di classe verso un’identità etnico-culturale. Mitizza la “comunità originaria” come forma ‘precapitalistica’ superiore ed evita di esaminarne le contraddizioni interne (patriarcali, gerarchiche, con crescente mercificazione). Senza critica a queste relazioni, il “ritorno alla comunità” funziona come romanticismo reazionario. Un comunismo “né copia né replica” che omette il suo nucleo, la sua essenza fondamentale: rivoluzione agraria e socialista guidata dalla classe operaia in alleanza con i contadini indigeni.

In questa occasione, Vargas, con il pretesto di “salvare la vita dei manifestanti” e di “preparare la campagna per il NO nel referendum”, ha smobilitato le masse e le ha gettate, ancora una volta, nel letamaio elettorale. Non ha agito da solo: ha avuto il supporto complice di Lourdes Tibán, dalla Prefettura di Cotopaxi, e di altri attori “indigeni” con una ideologia addomesticata che ripetono, come pappagalli, che “solo attraverso il lavoro possiamo migliorare il Paese”.

Questi cani del vecchio Stato hanno sostituito l’insurrezione popolare con la campagna elettorale per il NO nel referendum. Vanno combattuti, senza esitazione.

Dal canto suo, il governo fascista, servile ed estremamente violento di Noboa ha usato mezzi, tattiche e strategie raramente viste prima per reprimere il popolo. È già stato detto: Noboa ha trasformato l’Ecuador in un laboratorio della nuova linea militare dell’imperialismo, con il sostegno sionista, per neutralizzare insurrezioni e lotte popolari nei Paesi del Terzo Mondo. Non ha esitato a bombardare i suoi “obiettivi militari” con artiglieria e aerei da guerra, come accaduto a Imbabura e Azuay; a mobilitare migliaia di truppe scortate da veicoli blindati, elicotteri militari e altro equipaggiamento, per combattere masse armate solo di fionde, pietre e bastoni: espressioni di lotta, sì, ma che, come sempre, sono insufficienti contro un nemico che reprime il popolo in modo spietato e vile, sempre con il consenso di leader revisionisti o opportunisti che hanno servito da catalizzatori per corporativizzare le masse, usando un populismo grezzo — e, in un certo senso, efficace — basato su buoni, giorni liberi dal lavoro, doni di maiali, lotterie e altre bagattelle che ricordano i giorni del colonialismo spagnolo, dove la memoria di quel tempo è diventata un “voucher”.

Oggi, il vecchio Stato burocratico-latifondista, sotto il governo di Daniel Noboa, espressione concentrata della borghesia compradora e dei grandi latifondisti, si sta riorganizzando sotto gli interessi dell’imperialismo yankee e del capitale commerciale e finanziario israeliano.

Il Paese è un enclave strategico: logistica militare, intelligence, penetrazione economica e tecnologica. Non si tratta di una “deviazione” temporanea, ma di una forma concreta di dominio semicoloniale e di transizione corporativa.

L’imperialismo esige “stabilità”, “sicurezza” e “controllo sociale” per la sua espansione. Da qui le riforme di Noboa: aumento dell’IVA, eliminazione dei sussidi, privatizzazione dei settori strategici e repressione sotto la retorica della “sicurezza nazionale”, della “lotta al terrorismo” e dell’appello a una nuova Assemblea costituente, già trasformata in una “carta bianca” per l’imperialismo e la reazione. L’attuale costituzione serve poco o nulla alle masse, e ancor meno ai reazionari. A loro, i reazionari, serve una costituzione che legittimi e proietti ciò che stanno già facendo: un processo di militarizzazione della vecchia società in cui il potere coercitivo e repressivo è nelle mani dell’esecutivo e delle forze armate. Queste misure corrispondono a un generale riassetto corporativo dello Stato sul piano economico, politico e ideologico.

La dittatura dei grandi latifondisti e della grande borghesia non si accontenta di bombardare all’interno del Paese, reprimere, assassinare, incarcerare, perseguitare e comprare coscienze; ha anche bisogno di ricorrere alla sua retorica elettorale. Ora combinano violenza e repressione con la farsa elettorale. Vogliono farci credere che, con il referendum, il popolo sceglierà una nuova Costituzione, quando non è altro che espressione concentrata della politica del vecchio Stato, del capitalismo burocratico e dell’imperialismo. Nulla di più.

Che cosa hanno ottenuto le masse dalla Costituzione del 2008? Niente! Ci hanno sfruttati, oppressi, aggrediti e violati allo stesso modo; anzi, siamo stati affogati nel sangue e costretti a migrare o morire nel tentativo. Ora vogliono imporci un’altra Costituzione. Cambierà qualcosa rispetto alla precedente? Forse nelle forme, ma non spetta al proletariato, ai contadini poveri e alle altre masse sfruttate avallare uno strumento politico che legittima il vecchio Stato e lo presenta nella sua versione più “sottile” nel campo del governo. Popolo dell’Ecuador, ricordate: andare alle urne, che sia per eleggere autorità o per una nuova Costituzione, significa soltanto avallare le azioni di tutti i governi, in particolare dell’ultimo, sostenuto dalla violenza imperialista, dalle menzogne e dal governare negli interessi della grande borghesia e dei grandi latifondisti.

Il problema dell’Assemblea costituente non è un problema delle masse; è un problema di contraddizioni inter-borghesi portate a livello popolare. Noi non negoziamo i nostri morti nelle urne, né cadiamo nella trappola degli opportunisti, degli elettoralisti e dei venditori di voti. Rafforziamo la nostra organizzazione, combattiamo, prepariamoci e sviluppiamo la guerra popolare: questo è ciò che dobbiamo fare.

Non possiamo né dobbiamo avallare il vecchio sistema elettorale del Paese; non dobbiamo partecipare alla consultazione, bensì boicottarla. È una questione di principio; non si tratta di promuovere un vecchio sistema di governo che vuole farci credere che, partecipandovi, definiamo o tracciamo le linee di partecipazione popolare ai disegni di uno Stato che non ci appartiene.

Da questa prospettiva, l’insurrezione riapre ancora una volta il cammino storico che deve essere meglio definito: accerchiare le città dalle campagne.

Le giornate a Imbabura, Cotopaxi, Chimborazo e Loja dimostrano una comprensione profonda già espressa in altre occasioni: i “curacas” e “caciques” [Nota del traduttore: modi per dire “capo locale indigeno”] che dirigono le organizzazioni contadine-popolari devono essere spodestati, e alle masse deve essere fornito uno strumento organizzativo per guidare le loro lotte. Questo strumento non può essere altro che il Partito Comunista di Nuovo Tipo, che, senza esitazioni né calcoli opportunistici, spazzerà via tutta la putredine che circonda il movimento popolare.

Stabilire una corretta alleanza di classe non significa negare particolarità, ma riconoscerle e trasformarle in un organismo concreto e operativo, capace di affrontare le contraddizioni che il governo genera ed esaspera nella situazione attuale, e di avanzare verso la risoluzione delle contraddizioni fondamentali: la nazione contro l’imperialismo; le masse e i contadini contro il semi-feudalesimo e il patronato; e il popolo contro il capitalismo burocratico della grande borghesia. Tutto questo senza perdere di vista la collusione e la lotta tra la borghesia compradora, oggi personificata da Noboa, e la borghesia burocratica, i seguaci di Correa, uno scenario in cui le masse sono state trascinate, distogliendole dai loro obiettivi storici. Questo va compreso. Le rivendicazioni indigene non possono restare nelle mani della leadership ideologica della piccola borghesia o del nazionalismo borghese; esse sono e saranno, senza dubbio, un compito del proletariato. La borghesia è decaduta come classe responsabile dell’esecuzione dei compiti democratici che coinvolgono gli indigeni e i contadini in generale; tale compito può solo realizzarsi nella Rivoluzione di Nuova Democrazia, nella transizione al socialismo.

Popolo dell’Ecuador: siamo entrati in un momento di svolta, carico di questioni critiche che rallentano o ostacolano i compiti necessari per aprire la strada alla Rivoluzione di Nuova Democrazia. Non possiamo continuare ad affidare gli sforzi vitali delle masse a opportunisti e traditori.

La leadership di CONAIE, Pachakutik e delle federazioni sindacali ha ripetuto, senza vergogna né conseguenze, il proprio tradimento a favore del vecchio Stato; è diventata uno degli ostacoli più gravi allo scatenamento della tempesta della Guerra Popolare di lavoratori e contadini. È necessario smascherarli, collocarli dove meritano e schiacciarli. Il Presidente Gonzalo lo disse magistralmente: “Estirpiamo le erbacce velenose… bandiamo quelle vipere sinistre… facciamo scoppiare quel pus, altrimenti il veleno si diffonderà. I veleni e la putredine devono essere distrutti.”

Il momento è difficile, sì, ma siamo sostenuti da un ottimismo storico che supera ostacoli e difficoltà. La strada è tortuosa e richiede di affrontare il nemico senza esitazione: l’imperialismo, la grande borghesia e i grandi latifondisti, così come i loro operatori interni: capi locali, opportunisti e revisionisti. A questo punto, nessuno è fuori mappa: sono tutti pezzi nella strategia globale dell’imperialismo e dei suoi lacchè per mantenere il popolo oppresso e sfruttato.

Non trasciniamo le masse nella mobilitazione senza una classe dirigente e un’ideologia in grado di tracciare il percorso. È insostenibile persistere in discorsi logori sui “diritti collettivi” o in soluzioni elettorali che mascherano la continuità e allontanano ogni trasformazione fondamentale. Non si tratta di un “comunismo indigeno”, ma di proletarizzare ideologicamente il movimento indigeno affinché la sua agenda nazionale tenga conto delle contraddizioni di classe esistenti; affinché le sue rivendicazioni si articolino con quelle di lavoratori, contadini e altri settori popolari; solo così le lotte del momento cesseranno di essere esplosioni episodiche e diventeranno processi sostenuti di mobilitazione, militarizzazione e combattimento.

Abbiamo uno scenario politico favorevole alla rivoluzione. Le condizioni storiche sono mature; dobbiamo approfittarne. Dobbiamo risolvere tutti i problemi politici che affrontiamo con la lotta armata: non c’è altra via; è ciò che dobbiamo fare.

Senza un Partito Comunista che organizzi, educhi e diriga, ogni azione, per quanto importante, rimarrà intrappolata nel corporativismo gestito da una leadership opportunista. È imperativo costruire una direzione capace di trasformare il malcontento in programma, il programma in organizzazione e l’organizzazione in una forza travolgente, incentrata sul Partito Comunista di Nuovo Tipo nel Fronte e, ovviamente, nell’Esercito Popolare, la forma più importante e decisiva per avanzare verso il comunismo attraverso la Guerra Popolare.

IL PROLETARIATO È LA CLASSE FONDAMENTALE DELLA RIVOLUZIONE!

I CONTADINI SONO LA FORZA PRINCIPALE DELLA RIVOLUZIONE DI NUOVA DEMOCRAZIA!

SENZA UN ESERCITO POPOLARE, IL POPOLO NON HA NULLA!

VIVA IL MARXISMO-LENINISMO-MAOISMO – PENSIERO DI GONZALO!

POPOLO DELL’ECUADOR, NON VOTARE AL REFERENDUM!

PREPARA E SVILUPPA LA GUERRA POPOLARE!

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