Contro la propaganda per la guerra imperialista,contro il fascismo ed il revisionismo storico

Di fronte alla contesa inter-imperialistica tra l’imperialismo USA e quello occidentale da un lato e quello russo dall’altro, è necessario denunciare in primo luogo chi, anche in nome della pace, fomenta la guerra nel nostro paese. Un’ignobile campagna di propaganda è in atto volta a legittimare nuove spese militari e invii di soldati italiani ai confini con la Russia. Questo mentre aumentano già i prezzi del pane e del grano e, nei prossimi mesi, ci saranno aumenti alle stelle dei prezzi per il riscaldamento, i carburanti e l’energia elettrica. I costi della politica di guerra ricadranno sempre di più sul proletariato e sulle masse popolari già colpiti duramente dalla crisi economica e dalle spese di guerra. La propaganda in atto non è solo guerrafondaia, ma anche improntata al revisionismo storico, ossia è di fatto propaganda fascista che prepara, insieme alla guerra imperialista, anche l’instaurazione del fascismo in Italia. Questa propaganda occulta e mistifica al servizio della guerra ed in funzione del dilagante revisionismo storico la realtà delle responsabilità storiche ed attuali dei fascisti ucraini.

Persino il quotidiano “il Manifesto”, che oggi partecipa alla propaganda di guerra e sembra aver dimenticato i suoi stessi articoli, nell’agosto di qualche anno fa [25/08/2018] trovava il modo di mettere in guardia sull’effettiva natura del regime ucraino, denunciando il carattere militarista e ultranazionalista delle celebrazioni per il 27° anniversario dell’indipendenza dello stato ucraino avvenuta nel 1991.

L’articolo fornisce alcuni dettagli che è bene tenere presente per chi si riconosce nell’ideale della pace tra i popoli e per chi non vuole rinnegare la resistenza antifascista. Inizia infatti denunciando: “Gloria all’Ucraina! Gloria agli eroi! Lo storico slogan delle milizie fasciste di Stepa Bandera è risuonato ieri per la prima volta durante la parata militare per i 27 anni dall’indipendenza ucraina”.

Il Manifesto allora faceva una giusta denuncia, ma comunque non inquadrava in modo completo ed adeguato i fatti che riportava.

È necessario fare chiarezza perché questi slogan ormai riecheggiano oggi tranquillamente anche nelle nostre piazze tra le bandiere della pace, rilanciate di fatto sia da varie organizzazioni cosiddette pacifiste italiane che da oscure associazioni filo-ucraine che, spuntando fuori come funghi, si presentano come impegnate, sul piano culturale ed assistenziale, nel supporto nei confronti dei propri connazionali in “fuga dalla guerra”.

I riferimenti al fascismo collaborazionista ucraino e a Bandera con la sua bandiera rosso-nera non sono nuovi ma affondano le loro radici nel processo stesso del raggiungimento dell’indipendenza del 1991.

In Italia, molte decine di migliaia di fascisti che furono collaborazionisti con la Germania nazista operarono dopo la guerra facendo politica con modalità “militante” e “militare” in senso eversivo, producendo immense quantità di materiale propagandistico ed educando all’odio e alla loro causa anche le loro famiglie ed i loro nipoti e portando alla replica delle stesse idee ed azioni. Nelle generazioni a seguire si sono prodotti danni immensi tra i giovani e anche tra gli opportunisti di ogni genere e sappiamo benissimo che ciò è avvenuto anche nella storia dell’Ucraina.

Già nel 1990 era in dissoluzione l’Unione Sovietica e progressivamente rientrarono in patria i collaborazionisti ucraini che erano al soldo della Germania Nazista e che sono stati salvati da USA e Gran Bretagna in funzione anticomunista alla fine della guerra. Nell’ottobre del 1990 è in atto una strategia che vede la piazza muoversi in sinergia con i banchi del parlamento, dove siede la “Rada popolare”, una formazione estremista e fortemente nazionalista. Sui tetti del “parlamento” sventolano le bandiere gialloblu e rossonere di Bandera che viene rivendicato come simbolo della rinascita nazionale dell’Ucraina. È in atto anche una forma specifica e particolare di strategia della tensione e nella notte tra il 15 e 16 ottobre in Crimea vengono fatti saltare 120 metri di binari ferroviari in un attentato che porta al ferimento di decine di persone e che segue di pochi mesi l’incendio di una locomotiva.

Stepan Bandera è un caso che va studiato dagli antifascisti perché è portatore di idee rossobruniste oggi di fatto molto diffuse anche in Italia da gruppi e circoli della “sinistra sovranista”. È stato infatti portatore di quella che si può definire una “terza posizione” all’interno del fascismo ucraino, che si può sintetizzare con l’espressione “né con i bolscevichi né con i nazisti ma per il fascismo ucraino”.

Oggi la sua bandiera rossa e nera già sta comparendo in alcune piazze italiane in solidarietà all’Ucraina.

Bandera è stato sostenuto e indirizzato dalla Germania alla lotta contro il comunismo, giurerà fedeltà a Hitler, ispirerà il massacro di migliaia di polacchi ed ebrei e dopo la guerra troverà l’immancabile rifugio a Monaco di Baviera dove continuerà ad operare nell’ambito dell’eversione atlantista.

Bandera è la chiara sintesi di un percorso comune a tutti coloro che predicano l’equiparazione tra nazifascismo e comunismo ma che alla fine, guarda il caso, finiscono sempre per scegliere il nazifascismo. Bandera nel 2014 sarà insignito in Ucraina del titolo postumo di “Eroe dell’Ucraina”, Ordine della Stella d’Oro.

Un altro soggetto protagonista del collaborazionismo ucraino è la divisione “Galizia”, costituita da decine di migliaia di nazisti ucraini che combatteranno direttamente sia contro la resistenza ucraina partigiana, sia all’estero. I sopravvissuti di questa divisione dopo essersi consegnati agli inglesi ed essere stati detenuti in Italia, sul finire della guerra, grazie all’intervento della Santa Sede, poterono rifugiarsi in Canada e Gran Bretagna per poi tornare dagli anni Novanta, riattivandosi ed esprimendo il desiderio di essere seppelliti accanto alle tombe dei propri camerati.

È cosa nota che anche in Italia ci fu un grande utilizzo di collaborazionisti dell’est Europa nelle retate anti partigiane, in stragi nazifasciste e nell’occupazione di fatto di porzioni del territorio nazionale. Basti solo pensare alle decine di migliaia di cosacchi, collaborazionisti della Germania, al quale furono concessi dei territori in Friuli in cambio della lotta contro la resistenza partigiana in particolare in Carnia.

Nel descrivere le attività di questi criminali, molti “storici” usano il termine di “prigionieri sovietici”, altri in molta meno buona fede, usano più sbrigativamente il termine di “russi”. In tal modo i collaborazionisti diventano “prigionieri” dei nazi-fascisti che hanno fatto quello che hanno fatto perché non potevano che obbedire.

Gruppi profondamente anticomunisti e antisovietici stipendiati dalla Germania nazista, che avevano giurato fedeltà a Hitler e che hanno goduto di beni di rapina massacrando partigiani e abitanti di zone occupate, diventano oggi delle vittime da commemorare e riabilitare.

È necessario essere chiari. I “prigionieri” dei nazifascisti sono coloro che sono morti fucilati, nei campi di sterminio, nei campi di lavoro coatto, di fame e di stenti o semplicemente rifiutandosi di giurare fedeltà a Hitler come gli oltre 600.000 militari italiani deportati. I prigionieri quindi non costituiscono formazioni armate al soldo del nemico, ma sono coloro che vi si oppongono se pur in molte modalità, armate e non, fino al sacrificio finale pur di non collaborare. È doveroso onorare invece la resistenza dei partigiani sovietici ucraini che lottarono con i loro fratelli e furono un soggetto importantissimo nell’organizzazione della resistenza al nazifascismo. Proprio per onorare la loro memoria, indissolubilmente legata alla memoria dei nostri partigiani, non possiamo concedere una sola virgola al revisionismo storico che oggi riscrive la storia passata e le vicende presenti del nazionalismo imperialista ucraino al servizio della tendenza al fascismo e della guerra imperialista.

In vista dei previsti massicci arrivi di fuggitivi, dobbiamo essere chiari e netti: è doveroso aiutare donne, bambini, anziani e persone che fuggono dalla guerra e chi è sinceramente contrario al nazionalismo, ma non consentiremo a nessuno di portare avanti pure in Italia una propaganda fascista, militarista e nazionalista ostentando simboli della Wehrmacht, delle SS, rievocando slogan, canzoni, bandiere e miti di una parte vergognosa della storia dell’Ucraina, che deve essere disprezzata in primo luogo proprio dagli ucraini, i quali devono invece onorare chi nel loro paese si riconobbe e operò negli ideali della resistenza al nazifascismo

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