L’efferato assassinio di quattro braccianti migranti in provincia di Cosenza rinchiusi in un’auto e deliberatamente bruciati vivi dai caporali per aver chiesto un salario in cambio del lavoro non retribuito a cui erano costretti, probabilmente a causa dell’impossibilità di pagare gli interessi usurai di prestiti contratti in precedenza, ha visto convergere il 6 giugno ad Amendolara la CGIL di Landini e varie realtà dell’associazionismo, forze del sindacalismo di base ed alternativo, gruppi della sinistra radicale e dell’estrema sinistra.
Si è trattato dell’ennesima iniziativa propagandistica volta a riproporre logiche complici e fallimentari sulla possibilità di risolvere una questione strutturale come quella dei rapporti agrari vigenti nel Meridione, intimamente connessi all’imperialismo del Nord Italia, e della loro sovrastruttura politica e criminale, con la rivendicazione (al governo fascista in carica) di leggi più adeguate, ispezioni più frequenti e con iniziative organizzate o “autorganizzate” atte, si sostiene, ad ottenere diritti, normali salari e la fine degli abusi sui lavoratori braccianti.
Dentro la manifestazione di Amendolara è quindi risultata egemone la linea della CGIL (con il suo segretario Landini che dice “Le leggi ci sono già! Basta applicarle!”), mirante ad una superficiale denuncia del fenomeno del caporalato, coniugata con la tesi di una sua presunta medesima diffusione su scala nazionale. Tesi quindi volta a negare la necessità di una nuova e reale “riforma agraria” nel Meridione e nelle Isole.
Quest’impostazione della CGIL e delle varie forze opportuniste, che si sono accodate a tale sindacato nella manifestazione di Amendolara, cerca di occultare l’attuale Questione Meridionale che risulta essere, storicamente e strutturalmente, proprio l’esito di un processo che ha le sue radici in una mancata rivoluzione agraria.
È quest’assenza che infatti ha prodotto complessivamente un tipo di capitalismo arretrato anche sotto il profilo degli altri settori produttivi, dall’industria alle imprese di costruzione, dal commercio al turismo, ecc., subordinato all’imperialismo del Nord Italia, e che ha prodotto il fenomeno di una mafia e di una grande criminalità indissolubilmente connesse alla sovrastruttura politica del Meridione ed operanti all’interno di tutti i partiti di potere, i sindacati confederali, le centrali cooperative e spesso persino all’interno del sindacalismo di base del Mezzogiorno, dove le sedi sindacali fungono a volte da forme di “caporalato soft” ossia di agenzie di collocazione di manodopera precaria.
La necessaria lotta per la difesa degli interessi economici dei braccianti, dei coltivatori diretti (massacrati dalle tasse e dai bassi prezzi per i loro prodotti imposti dai mediatori e dai grandi monopoli), degli imprenditori piccoli ed intermedi (con nessuna unità di forza-lavoro esterna oppure con una o due unità di forza lavoro alle dipendenze, occupata su base annua) e dei piccoli allevatori (si pensi al caso eclatante delle lotte condotte, in alcuni casi, con “manu militari” dai pastori sardi), deve coniugarsi, se vuole evitare un totale fallimento, con la lotta per una nuova ed effettiva “riforma agraria” come perno di una rinascita del Sud e delle Isole che, in tal caso, può anche concretamente diventare in grado far valere il diritto all’autodeterminazione per le realtà che intendano farlo valere.
Solo la penetrazione del cancro delle teorie economiche borghesi e del revisionismo, sostenuto e diffuso da aristocrazie operaie e dei servizi legate al capitalismo monopolistico di Stato, nelle forze di reale o presunta opposizione sindacale, politica e sociale, può spiegare il dato che enfatizza come “capitalisticamente sviluppate” le medie e grandi imprese del Meridione e delle Isole (con ovvie specificità nel caso della Sardegna caratterizzata dal settore agro-pastorale e lattiero-caseario) operanti attraverso il sistema del caporalato.
Di fatto questo sistema non esprime altro che un tipo di relazioni agrarie e quindi di tipologia d’impresa che, potendo contare su relazioni di sfruttamento servile (ossia semi-feudali e non come si usa spesso dire, con logica liberale e revisionista, “schiaviste”) e quindi non propriamente capitalistiche, si cristallizzano su produzioni monocolturali (gli uliveti, gli agrumeti, i vigneti, il grano duro e in parte il pomodoro) operanti direttamente al servizio dei monopoli del Nord Italia e del capitale internazionale di altri paesi imperialisti, che impongono prezzi bassissimi ai prodotti. La conseguenza è che all’atto della loro effettiva vendita sui mercati nazionali ed internazionali gli elevati prezzi dei prodotti vanno ad incorporare, a vantaggio dei monopoli della grande distribuzione e del capitale finanziario, parte rilevante del plusvalore e del valore (quello che teoricamente dovrebbe riprodurre il valore della forza-lavoro) prodotti dai lavoratori salariati e parte rilevante delle rendite e dello stesso valore prodotto dai coltivatori diretti piccoli ed intermedi.
I rapporti agrari fossilizzati di un sistema capitalistico arretrato operante con la mediazione del capitalismo monopolistico di Stato, oltre a contenere un sistema di relazioni di produzione di tipo semi-servile, determinano necessariamente la riproduzione di una sovrastruttura politica e criminale di tipo terroristico, che vigila sul mantenimento di questi rapporti. Senza contare il fatto che i rapporti agrari, se costituiscono il nucleo della genesi della Questione Meridionale, oggi si perpetuano in modo organicamente connesso ad un intero sistema di rapporti economici arretrati e disgregati del Meridione e delle Isole, che connette in modo perverso diverse tipologie di rendita le cui nuove forme si presentano come sviluppo e continuazione delle vecchie.
Il caporalato è quindi solo un fenomeno di superficie di un sistema economico, politico e criminale che è sinonimo proprio di “Questione Meridionale”. È chiaro dunque che la lotta per i diritti o i miglioramenti e contro gli abusi, le vessazioni ed il caporalato, o si presenta come articolazione della lotta per una nuova e reale riforma agraria e per una rinascita economica, politica e morale del Meridione e delle Isole, oppure rappresenta una copertura illusoria e fallimentare dell’ennesimo tentativo volto a salvaguardare e riformare, quindi a rafforzare, tale sistema.
Una nuova e reale riforma agraria non può dunque che darsi come esito di una rivoluzione democratico-popolare, perché senza organizzare i braccianti, i pastori e le masse popolari meridionali, mirando a condurre effettivamente tale rivoluzione, non si può pensare di poter sconfiggere i pilastri semifeudali e imperialisti del capitalismo arretrato e della sovrastruttura politica e criminale della società meridionale, salvaguardati, difesi e riprodotti dagli apparati dello Stato nazionale, dei suoi governi, delle sue forze politiche di potere fasciste e socialfasciste (PD, M5S), dei sindacati confederali e da quelli di altre forze politiche e sindacali opportuniste.
Oggi ritorna dunque, legata al problema della rivoluzione democratico-popolare, la storica parola d’ordine della “terra a chi lavora”. Le aziende agricole ed agro-pastorali di questo sistema capitalistico arretrato e criminale vanno requisite con la lotta rivoluzionaria e date in proprietà privata, ma possibilmente associativa, ai braccianti e ai coltivatori diretti.
Parlare della necessità di costruire un partito comunista senza chiarire e affermare il programma democratico-popolare che deve portare avanti in connessione con la prospettiva del socialismo significa continuare a imbrogliare i lavoratori e le masse popolari e continuare a spacciare come “comuniste” putride forze reazionarie opportuniste che, sventolando la bandiera rossa, lavorano per affossare preventivamente proprio questa grande bandiera del proletariato internazionale.
Abbasso il semi-feudalesimo, l’imperialismo ed il revisionismo.
NUOVA EGEMONIA