Come Redazione di Nuova Egemonia presentiamo di seguito un importante bilancio dell’esperienza del cosiddetto “socialismo del XIX secolo” latino-americano. Si tratta di un lavoro del FDLP dell’Equador che smaschera la reale natura di questo preteso “socialismo”. L’importanza e l’attualità di questo lavoro consiste anche nel fatto che colpisce a fondo l’opportunismo organico della quasi totalità dei partiti e dei gruppi della sinistra radicale (PRC, PCI, PAP) e dell’estrema sinistra (FGC/FC, RETE DEI COMUNISTI, OSA-CAMBIARE ROTTA, CARC-nPCI, ecc.) oltre che ovviamente dei rosso-bruni del PCUP e di tutta una serie di “sindacato alternativi” (con USB in prima fila). Senza sviluppare la critica teorico-politica e la delimitazione da questi partiti e questi gruppi non si potrà ricostruire il partito comunista e non si potrà emancipare la classe operaia, le masse popolari, i giovani e gli studenti, i movimenti di opposizione dall’influenza dell’ideologia riformista ed insieme reazionaria dell’ala di “sinistra” e di “estrema sinistra” della borghesia.
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ECUADOR – FDLP: IL PETROLIO DEL “SOCIALISMO DEL XXI SECOLO” PER RAFFORZARE L’APPARATO MILITARE IMPERIALISTA
Condividiamo qui una traduzione non ufficiale di un articolo pubblicato dal Fronte in Difesa delle Lotte del Popolo – Ecuador (FDLP – EC) il 16 settembre
Il cosiddetto “socialismo del XXI secolo” è emerso in America Latina nel pieno della collusione e dello scontro tra le potenze imperialiste e della crisi del capitalismo burocratico nei Paesi del Terzo Mondo. Questa crisi si manifestò nel peggioramento delle condizioni di vita delle masse, sulle cui spalle le classi dominanti scaricarono il peso della bancarotta, e nell’acuirsi delle contraddizioni tra borghesia compradora e borghesia burocratica.
Riprendendo falsi discorsi patriottici, antistatunitensi e sovranisti, e promuovendo la lotta contro il cosiddetto “neoliberismo” – un’espressione radicale della borghesia compradora nei Paesi semifeudali e semicoloniali – i suoi promotori avviarono una campagna per legittimare la propria politica. Cercarono il sostegno popolare attraverso un “programma” volto a “riconquistare” la sovranità nazionale, “distribuire le ricchezze”, difendere le risorse naturali, ampliare i diritti sociali e coinvolgere le masse nella vita politica.
I leader di questo schieramento avevano una particolarità: alcuni erano prodotti di scarto del progressismo e della sinistra addomesticata, tra cui ex membri di organizzazioni come AVC e MPL [nota del traduttore: ¡Alfaro Vive, Carajo! e Montoneras Patria Libre, due organizzazioni guerrigliere attive in Ecuador negli anni Ottanta]. Non provenivano dalla grande borghesia, né erano proprietari di grandi o medi mezzi di produzione. Erano individui e collettivi al servizio della fazione burocratica della grande borghesia e finirono per diventare i suoi operatori politici e, non di rado, soci di minoranza nelle loro imprese. Ah, e c’erano anche alcuni “utili idioti”, soprattutto nelle file di Pachakutik e del PCMLE [nota del traduttore: “Movimento di Unità Plurinazionale Pachakutik” e “Partito Comunista Marxista-Leninista dell’Ecuador”].
Gli “operatori” politici nell’immediato compresero che il controllo dell’apparato statale permetteva loro di riprodursi economicamente e politicamente, fino a diventare una nuova espressione della borghesia burocratica.
In Ecuador esiste già un precedente di questo “fenomeno”: l’alto comando delle Forze Armate. Le dittature militari ecuadoriane, a differenza di altre in America Latina, si presentarono come nazionaliste e rivoluzionarie. Non avemmo un equivalente di criminali come Videla o Pinochet, ma questo non significa che fossero dittature da tollerare. Sotto questa retorica emerse un nuovo strato di grandi proprietari terrieri, che utilizzò le riforme agrarie per appropriarsi di vaste estensioni di terra nel Nord-Est, in Amazzonia e in altre regioni del Paese.
Molti militari finirono per entrare tra i grandi produttori di olio di palma africano ed estesero i propri interessi al settore bancario e ad altre attività. Persone di origine popolare usarono lo Stato come leva per l’accumulazione e formarono un nuovo strato della borghesia burocratica legata al vecchio Stato e allo sviluppo del capitalismo burocratico.
La storia di Hugo Chávez non fu diversa. Egli rappresentava gli interessi della borghesia burocratica venezuelana attraverso un atto politico che venne abilmente ed efficientemente incanalato da questa fazione, in lotta con la borghesia compradora.
Inizialmente divennero l’asse della cosiddetta Rivoluzione Bolivariana. Successivamente Evo Morales in Bolivia e Rafael Correa in Ecuador proseguirono con la mostruosità della “Rivoluzione Cittadina”. Come se i “cittadini”, al di fuori delle classi e della lotta di classe, potessero fare una rivoluzione.
Per nascondere questo programma della borghesia burocratica, misero in scena uno spettacolo stridente e menzognero fatto di campanelli e fischietti. In Ecuador, per esempio, lanciarono slogan come “Niente per noi, tutto per la patria” e “Socialismo del buen vivir”. Parlarono di “partecipazione cittadina”, “democratica, partecipativa e propositiva”. In Venezuela proclamarono: “la patria è di tutti”, “ora il Venezuela è di tutti”. “Patria, socialismo o morte. Vinceremo!” e “Verso il socialismo del XXI secolo”. In Bolivia: “Comandare obbedendo al popolo”, “Una Bolivia dignitosa, sovrana e produttiva”, “Terra e territorio” e “Rifondare la Bolivia”.
Con questa retorica fantasiosa cercarono di confondere le masse e di dare una verniciata rossa a un progetto della grande borghesia e dei grandi proprietari terrieri, oscillante tra il giallo e il rosa. Nascondevano il fatto che, nelle nostre società semifeudali e semicoloniali, non si tratta di una rivoluzione socialista, bensì di una rivoluzione democratica di nuovo tipo. Inoltre, è evidente che una rivoluzione “socialista” non può essere realizzata senza una rivoluzione armata guidata dal proletariato; pertanto, non può essere conseguita attraverso le elezioni né costruita sul vecchio Stato, che incarna la dittatura congiunta della grande borghesia e dei grandi proprietari terrieri. Il cosiddetto “socialismo del XXI secolo” era, in realtà, un mezzo necessario per rilanciare il capitalismo burocratico e contenere la lotta rivoluzionaria delle masse.
Una buona parte della sinistra addomesticata e dell’opportunismo abbracciò questo progetto. Il Partito Socialista dell’Ecuador, il PCMLE, Pachakutik, tra gli altri, rinunciarono alla possibilità della lotta popolare, legando ulteriormente le masse ai processi elettorali e presentando l’amministrazione del vecchio apparato statale (il governo) come una “via al socialismo”. I più confusi tra loro sostenevano che questi governi rappresentassero la borghesia nazionale. Si trattava di un errore politico e ideologico: una cosa è la borghesia nazionale, oppressa dall’imperialismo e limitata dal capitalismo burocratico; altra cosa è la borghesia burocratica, che cresce di pari passo con l’apparato statale, i contratti pubblici e il capitale imperialista.
Alcuni di questi governi ridussero in qualche misura i loro impegni economici e politici nei confronti degli Stati Uniti (aspetti che non alterarono la struttura di dominio mantenuta dalla fine del XIX secolo); in cambio, aprirono le porte al capitale cinese, che presentarono come un partner sovrano e un’alternativa “multipolare”. L’imperialismo cinese agì come ogni imperialismo: ci vincolò attraverso il debito estero; esportò capitale e merci, si assicurò materie prime, conquistò mercati e ostacolò il processo nascente di industrializzazione, il tutto mentre ci trascinava in progetti minerari su larga scala.
I suoi prodotti a basso costo assestarono un colpo brutale alla borghesia nazionale, del tutto incapace di competere con i monopoli cinesi e la loro produzione di massa – tanto meno, nel caso del nostro Paese, con un’economia dollarizzata storicamente subordinata all’imperialismo.
I settori popolari, precedentemente emarginati e dimenticati dai governi al servizio della borghesia compradora, con il socialismo del XXI secolo trovarono uno spazio che apparentemente offriva loro la speranza di giorni migliori. Nelle fasi iniziali, questi governi attuarono misure sociali che attirarono l’attenzione delle masse. Infine, l’aumento delle entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio permise loro di finanziare programmi sanitari, educativi e abitativi, migliorare le infrastrutture stradali e, tra le altre cose, fornire sussidi ai settori più svantaggiati della società. Ma, intanto, i governi bolivariani stavano spingendo l’economia verso una crisi sempre più profonda: ampliarono l’estrazione di minerali e gas in Bolivia e la produzione petrolifera in Ecuador e Venezuela. In altre parole, non ci stavamo liberando dalla trappola semifeudale.
Nel pieno di tutto quel demagogico tumulto populista, i leader di questi movimenti ottennero un certo sostegno popolare. In Venezuela, il chavismo alimentò un movimento “antioligarchico” e un senso di sovranità nazionale. In Bolivia, l’ascesa di Evo Morales incanalò le lotte accumulate da contadini, lavoratori e popolazioni indigene. In Ecuador, il correismo capitalizzò il rifiuto delle espressioni più arretrate della grande borghesia e dei grandi proprietari terrieri per costruire un movimento falsamente rivoluzionario che arrivò a illudere settori della sinistra e del movimento indigeno, convinti di vivere una rivoluzione.
La strategia della cosiddetta Rivoluzione Bolivariana aprì spazi nell’amministrazione pubblica, nelle assemblee, nei congressi e nei governi regionali a veterani leader popolari, sindacali e indigeni. Grazie alle entrate disponibili, questi governi migliorarono in qualche misura il funzionamento dell’apparato burocratico del vecchio Stato e diffusero l’idea che “lo Stato è qui per servire tutti”. In questo modo cercarono di occultarne il carattere di classe ed il fatto che questo Stato serve la dittatura congiunta della grande borghesia e dei grandi proprietari terrieri.
Questa fase del cosiddetto “socialismo del XXI secolo” fu un passaggio rilevante. Il maggiore intervento dello Stato nell’economia, e in particolare nell’occupazione pubblica, servì da panacea per l’ulteriore arricchimento della grande borghesia. Conferendole un ruolo più importante e presentandolo come uno “Stato orientato alle imprese”, furono ampliate le concessioni e vennero firmati contratti e accordi con grandi società nazionali e transnazionali. Grandi proprietari terrieri, compagnie minerarie e persino monopoli imperialisti ottennero accesso a concessioni su larga scala. Tutte le fazioni della borghesia e i grandi proprietari terrieri ricevettero la loro parte della torta.
Neppure gli investimenti nelle opere pubbliche beneficiarono tutta la società in maniera equa. I principali beneficiari furono le grandi imprese di costruzione, commercianti e fornitori di materiali e macchinari, intermediari, banche e alcuni gruppi legati ai trasporti e ad altri servizi. Lo Stato concentrò e distribuì enormi risorse attraverso contratti, prestiti, concessioni e appalti pubblici, alimentando i profitti di questi settori della grande borghesia.
Per dare una prospettiva: il settore delle costruzioni raggiunse il suo picco più alto del periodo 2008–2026 nel 2014, sotto il regime della “Rivoluzione Cittadina”, con un record storico di 6,893 milioni di dollari, pari al 9,83% del Prodotto Interno Lordo (PIL). Tra il 2016 e il 2017, 2,9 milioni di ettari furono dati in concessione a diverse società e Paesi, tra cui Canada, Cina e Austria, tra gli altri.
Nello stesso periodo, le banche private registrarono profitti record, accumulando utili netti complessivi per 2,8 miliardi di dollari.
Il “socialismo del XXI secolo” costruì una base sociale fidelizzata, soprattutto sul terreno elettorale. I suoi governi ricorsero al populismo e, in alcuni casi, adottarono comportamenti apertamente fascisti, come nel caso di Rafael Correa. Il correismo sfruttò l’influenza che la vecchia sinistra opportunista e revisionista conservava sulle masse per creare organizzazioni parallele all’interno del movimento popolare. Attuò una politica di contrapposizione tra le masse per dividerle e neutralizzare la protesta popolare, soprattutto tra coloro che non avevano “abboccato” a quella sciocchezza del “socialismo del XXI secolo”.
Adottarono inoltre nuove costituzioni e assunsero il controllo di una parte dell’apparato amministrativo, ma lasciarono intatta la struttura del vecchio Stato. Quelle costituzioni proclamavano diritti sociali e incorporavano concetti come democrazia partecipativa, diritti della natura, Stato plurinazionale e potere cittadino… In questo modo diedero alla sinistra opportunista e ai pachamamistas [nota del traduttore: termine usato dagli attivisti indigeni in riferimento alla “Madre dea Pachamama”] ciò che avevano sempre cercato: rivendicazioni che potevano essere giuste in determinate condizioni storiche, ma che divennero il tetto delle loro aspirazioni, il limite che non erano disposti a oltrepassare. Per questa sinistra e per gran parte della leadership indigena, quello era tutto. In cambio di riforme e incarichi statali, rinunciarono a distruggerlo e contribuirono a scongiurare la rivoluzione popolare.
Le dispute all’interno della grande borghesia (borghesia compradora contro borghesia burocratica) furono intense e, a volte, violente. In Venezuela, Bolivia ed Ecuador vi furono scontri, repressione e morti. Queste contraddizioni riflettevano il malcontento delle masse, ma anche la lotta per il controllo dello Stato e per la spartizione del bottino della vacca grassa.
Anche i nostri Paesi divennero un campo di battaglia tra le potenze imperialiste. Stati Uniti, Cina, Russia, Germania e Francia competirono per concessioni minerarie, mercati, gas naturale, petrolio e altre risorse, senza perdere di vista la posizione geopolitica di ciascun Paese.
La borghesia burocratica, nascondendosi dietro la retorica altisonante di Chávez e Correa, ci vendette l’idea che voltare le spalle all’imperialismo yankee per cadere nelle grinfie dell’imperialismo cinese o russo fosse più dignitoso per i nostri popoli. Molti esponenti della sinistra, fuorviati, arrivarono a credere, e continuano a credere, che la Cina sia socialista e che la Russia odierna sia la stessa Unione Sovietica della prima metà del secolo scorso. Un’assurdità!
La Rivoluzione Bolivariana parlava di unire imprenditori “patriottici”, militari, lavoratori, contadini e funzionari governativi attorno a un progetto nazionale. Il partito MAS boliviano concluse accordi con cooperative minerarie, grandi imprese, agroindustriali di Santa Cruz e organizzazioni contadine. Rafael Correa propose di modernizzare il “capitalismo” ecuadoriano sotto una forte guida statale. Lo definì un “cambiamento della matrice produttiva”, qualcosa che “odorava” di industrializzazione, ma no, era solo un’altra favola.
Il fallimento di queste tesi non tardò ad arrivare. In Venezuela, i blocchi economici e commerciali imposti dagli Stati Uniti strangolarono l’economia. Mentre cinesi e russi si limitavano appena a scalfire la superficie, gli yankee sono radicati nelle fondamenta della struttura economica venezuelana da oltre un secolo. L’offensiva imperialista ridusse le entrate e costrinse il governo a tagliare le opere pubbliche e i programmi sociali. Ancora una volta, furono le masse a pagare il prezzo più alto della crisi.
In Ecuador, l’imperialismo yankee tentò di riconquistare il terreno perduto a favore di Cina e Russia con il pretesto di “ripristinare la democrazia”. In Bolivia e in Ecuador non applicò la stessa strategia adottata in Venezuela (blocco economico, criminalizzazione dei leader, intervento militare); al contrario, alimentò un’opposizione bellicosa e sfruttò le contraddizioni interne, comprese quelle tra gli ex alleati di Morales e Correa, per indebolire dall’interno il progetto bolivariano. Lanciarono campagne attraverso le piattaforme digitali per diffondere disinformazione tra le masse e i leader e dispiegarono tutte le proprie risorse mediatiche e giudiziarie per “neutralizzarli”.
Fu allora che il carattere di queste “rivoluzioni”, esistenti soltanto nella mente dei loro architetti, venne messo a nudo. Essere al governo e amministrare l’apparato statale non significa inoltre detenere direttamente il potere.
Vendevano l’idea che la borghesia burocratica fosse una borghesia nazionale e che, pertanto, dovesse ricevere il sostegno dello Stato: credito, contratti, mercati e alleanze con potenze imperialiste di varia natura. Con questo pretesto rafforzarono una fazione della grande borghesia. Questa era l’essenza del loro progetto.
Oggi, anni dopo quella increspatura in una pozzanghera d’acqua e quella foresta di bonsai venduta come una giungla maestosa, non resta che il fogliame secco, macchiato di delusione, disillusione e corruzione. Resta anche la sconfitta contingente della borghesia burocratica, che ha perso terreno in quasi tutti i Paesi nei quali ha alimentato l’illusione di una rivoluzione del XXI secolo.
Ma le conseguenze sono profonde e dolorose. Hanno smantellato o schiacciato sindacati e organizzazioni indigene e popolari.
Quando il popolo si mobilitò per affrontarli, ricorsero al fascismo, imprigionando i combattenti popolari e distruggendo organizzazioni popolari e sindacali che non sono ancora riuscite a ricostruirsi.
Questo spiega, in larga misura, ciò che sta accadendo oggi in Ecuador: un movimento popolare indebolito e quasi demobilitato dal correismo, dal revisionismo e dall’opportunismo, prodotti dello stesso pantano politico. Hanno ancora consegnato il Paese all’imperialismo su un piatto d’argento.
Come conseguenza di questa campagna di passivizzazione, oggi affrontiamo l’offensiva imperialista contro il Paese in condizioni sfavorevoli. Abbiamo forze militari statunitensi e sioniste che operano in Ecuador, mentre le Forze Armate e i gruppi della criminalità organizzata massacrano il popolo, fanno sparire gli attivisti popolari e consolidano uno Stato di polizia fondato sull’imprigionamento e sulla repressione.
In Venezuela, gli eventi furono altrettanto drammatici che in Bolivia e in Ecuador, se non di più. I colpi sparati da Maduro, Delcy Rodríguez, Diosdado Cabello e dalle Forze Armate finirono per rivelarsi una farsa di fronte all’aggressione imperialista.
Di fronte all’invasione yankee, nessuno si fece avanti per difendere quella “rivoluzione”. Nemmeno i militari che marciavano per Caracas, cantando canzoni rivoluzionarie e promettendo assoluta fedeltà a Maduro. Soltanto una manciata di internazionalisti cubani combatté, convinta che fosse giusto difendere un processo incapace di rispondere con la dignità dimostrata dal popolo cubano durante la sua lunga resistenza. Difesero anche l’illusione di coloro che avevano visto nel bolivarismo una via rivoluzionaria d’uscita e la possibilità di costruire una società diversa.
Il petrolio dal “socialismo” venezuelano per la macchina da guerra imperialista
La consegna del petrolio venezuelano agli Stati Uniti mette completamente a nudo il fallimento del cosiddetto “socialismo del XXI secolo” e il suo vero carattere di classe. Non rimane un accidente di ciò che un tempo proclamavano con tanta veemenza e che, agli inizi, pareva sputare fuoco. Sovranità, antimperialismo e rivoluzione sono svaniti nel modo più emblematico possibile: come dimostra la sorte di Maduro, abbandonato dai suoi compagni, ammanettato e spedito in una prigione negli Stati Uniti.
La leadership che ha sostituito Maduro, guidata da Delcy Rodríguez e sostenuta dal Partito Socialista Unito del Venezuela, ha deciso di sottomettersi proprio a quell’imperialismo yankee che un tempo sembrava aver “combattuto”.
Solo poche settimane fa, il Venezuela ha assegnato una concessione di 100 anni per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi contenenti circa 65 miliardi di barili di petrolio, pari a quasi il 20% delle sue riserve. Il governo statunitense controllerebbe il 55% della joint venture, direttamente oppure attraverso il diritto di acquistare il petrolio a prezzo di costo. Donald Trump ha celebrato l’accordo affermando che avrebbe raddoppiato le riserve sotto il controllo statunitense, mentre Delcy Rodríguez lo ha presentato come un accordo per la “ripresa economica del Paese”. Anche il PSUV lo ha sostenuto e lo ha descritto come un meccanismo volto a proteggere gli interessi nazionali. Questi idioti consegnano sovranità e risorse all’imperialismo e parlano di interessi nazionali.
Come se il Venezuela non avesse già vissuto un vero e proprio terremoto politico, la borghesia burocratica sta consegnando una parte della principale ricchezza del Paese alla potenza che ne ha bloccato l’economia, è intervenuta nei suoi affari interni, ha imposto le proprie condizioni con la forza delle armi e ha rapito il suo principale leader, Maduro, per portarlo in una prigione negli Stati Uniti. La leadership venezuelana non ha resistito: ha capitolato. Di fronte alla pressione imperialista, hanno rinnegato la sovranità che avevano tanto proclamato e hanno messo le risorse petrolifere del Paese al servizio della propria sopravvivenza politica.
Questa capitolazione non è opera di Delcy Rodríguez. Riteniamo che attribuire la colpa soltanto a lei significhi perdere obiettività. Ha agito servilmente? Certamente. Ma, in definitiva, non è l’unica responsabile. Né lo è Maduro. Il problema è più profondo: è ideologico. È il risultato della linea che ha guidato la Rivoluzione Bolivariana fin dall’inizio.
Il chavismo non ha mai distrutto il vecchio Stato né smantellato i legami economici che vincolano il Venezuela all’imperialismo. Non avrebbe mai potuto farlo. Era ed è parte della grande borghesia, e bisognerebbe essere mezzi matti per pensare che avrebbe commesso un harakiri politico. Ciò che fece fu gestire il capitalismo burocratico con una narrazione intrisa di un po’ di populismo e di slogan rivoluzionari: distribuire una parte delle entrate petrolifere e presentare quella “abbondanza” come il frutto di un processo rivoluzionario che non è mai esistito.
Il tradimento del popolo venezuelano da parte del chavismo assume una dimensione ancora più grave perché il petrolio che consegna rafforza gli Stati Uniti e Israele e contribuisce a sostenere la guerra criminale nell’Asia occidentale. Le vittime provocate dall’imperialismo e dal sionismo in Palestina, Libano, Yemen e Iran non sono soltanto il risultato della brutale aggressione yankee e sionista. Portano anche il segno della leadership venezuelana, codarda e traditrice. Essi, i leader del governo e del PSUV, sono complici: contribuiscono alla campagna militare che l’imperialismo conduce in qualsiasi parte del mondo, comprese le acque ecuadoriane, dove massacra piccoli pescatori con il pretesto di combattere il narcotraffico, oppure conduce criminali bombardamenti contro i piccoli minatori, la cui eliminazione è richiesta dalle grandi compagnie minerarie monopolistiche.
Che cosa resta, dunque, dell’antimperialismo bolivariano? Nulla. Come dice la gente per strada: proprio un bel niente! La stessa leadership che un tempo faceva della causa palestinese uno strumento della propria propaganda oggi accetta che le ricchezze del Venezuela servano a rafforzare il principale protettore dei suoi carnefici. La solidarietà con la Palestina si è ridotta a discorsi, bandiere e dichiarazioni diplomatiche. La realtà è che, a conti fatti, hanno finito per pugnalarli alle spalle.
Dobbiamo fare tesoro di tutto questo: è importante. Dobbiamo analizzarlo ancora e in maggiore profondità. In definitiva, tutto ciò rafforza la nostra convinzione sulla strada che abbiamo intrapreso. Non c’è spazio per le “mezze misure”. Non possiamo cadere nella trappola tesa da quella sinistra miserabile del nostro Paese che, con i paraocchi, sostiene i progetti della borghesia burocratica nelle nostre nazioni, dove la retorica rivoluzionaria serve a mascherare gli aspetti più oscuri della strategia borghese nel quadro delle sue contraddizioni interne.
La gravità di questi eventi ha un impatto enorme sul popolo venezuelano, ma anche sugli altri popoli i cui governanti hanno scommesso sulla “rivoluzione del XXI secolo”. Questa cosiddetta borghesia burocratica “progressista” riuscì, per molti anni, a congelare la capacità organizzativa e combattiva di ampi settori delle masse popolari. La borghesia compradora, d’altra parte, più profondamente “invischiata” con gli yankee, lavorò per provocare la sconfitta della borghesia burocratica attraverso una potente campagna propagandistica condotta con tutti i mezzi possibili: formali, informali ed educativi. Fece credere alla gente che quella fandonia sulla “rivoluzione” fosse nientemeno che la forma di comunismo più radicale mai conosciuta dall’umanità.
Hanno “sventolato la bandiera nera” a tal punto che oggi, in Ecuador, qualsiasi individuo, organizzazione o gruppo che protesti contro il regime criminale di Noboa viene stigmatizzato come correista. E, secondo questo fascismo e questo imperialismo, essere correista equivale a essere comunista, guerrigliero o rivoluzionario.
Dobbiamo sempre comprendere che all’interno delle file della grande borghesia esistono sia collusione sia conflitto. Le sue fazioni colludono quando la “sicurezza” del vecchio Stato è minacciata dagli elementi coscienti della classe operaia e del popolo, ma combattono anche tra loro, persino violentemente, per il controllo dello Stato e per la distribuzione della ricchezza.
Traiamo insegnamento da tutto questo. La conclusione? L’unico socialismo che l’America Latina può realizzare sarà quello nato dopo una Rivoluzione di Nuova Democrazia guidata dal proletariato. E questo non si ottiene alle urne, né prendendo una “tazza di caffè” o impazzendo con l’ayahuasca durante una baldoria indigena. Si ottiene invece attraverso l’organizzazione, la Guerra Popolare e la conquista del Potere. Solo allora si potrà aprire la strada al socialismo e alla dittatura del proletariato. O questo o niente!
NUOVA DEMOCRAZIA, UNICA RIVOLUZIONE POSSIBILE NEI PAESI DEL TERZO MONDO!
SENZA DISTRUZIONE NON PUÒ ESSERCI COSTRUZIONE!
SENZA GUERRA POPOLARE NON PUÒ ESSERCI NUOVO POTERE!