CONTRO L’OPPRESSIONE DEI MONOPOLI DELL’IMPERIALISMO! PER UNA SOLUZIONE RIVOLUZIONARIA DEMOCRATICO-POPOLARE DELLA CRISI DEL MERIDIONE E DELLE ISOLE!
Le proteste in atto nel Sud e nelle Isole mettono con forza in primo piano, accanto alla questione della ripresa delle lotte studentesche e della necessità della lotta operaia per la salvaguardia dei posti di lavoro, il problema dell’organizzazione della difesa delle condizioni di vita e di lavoro di altri strati di lavoratori sfruttati ed oppressi del Meridione.
Si tratta in particolare di settori di piccolissimi e piccoli agricoltori, autotrasportatori, pastori, commercianti che oggi si stanno mobilitando di fronte ad una crisi devastante senza poter contare allo stato attuale su un’organizzazione sindacale e su un partito che li rappresenti e che ne difenda gli interessi.
Questi lavoratori, che giustamente stanno protestando e lottando, non riescono ancora ad elaborare delle proprie rivendicazioni adeguatamente distinte da quelle degli strati sociali borghesi reazionari che cercano di operare, all’interno di una crisi sempre più profonda dei rapporti sociali ed agrari del Meridione e delle Isole, per salvaguardare i propri interessi e privilegi all’ombra dei grandi monopoli del Nord e delle grandi rendite del Centro e del Sud-Italia.
Il pericolo è quindi quello di assistere, da un lato, all’ennesima strumentalizzazione di un movimento di massa potenzialmente legato ad una soluzione democratica, popolare e rivoluzionaria della crisi in atto e, dall’altro, ad un governo che risponde alle proteste, alle lotte ed alle mobilitazioni con arresti di massa persino preventivi, crescente impiego dell’esercito e decreti legge, ormai quotidiani, apertamente liberticidi e fascisti.
La dilagante crisi economica, sociale e politica del Meridione e delle Isole è dovuta all’irrisolta oppressione economica e politica che ha mantenuto questa vasta realtà macroregionale in una condizione di endemica arretratezza.
Le cause della crisi risiedono quindi nel dominio dei monopoli industriali e finanziari e della grande distribuzione dell’imperialismo del Nord, da sempre legato alla grande burocrazia statale ed ecclesiastica insediatasi nel Centro Italia ed alle grandi rendite agrarie ed urbane del Sud.
Questo dominio, in particolare durante il regime fascista e con la stagione delle “riforme agrarie” e “industriali” degli anni Cinquanta e Sessanta, si è ulteriormente articolato con la formazione di nuovi strati di borghesia. Da un lato di borghesia burocratica, prodotti dall’irruzione degli investimenti predatori legati allo Stato ed alla ripartizione dei privilegi al livello del potere locale (con relativa formazione di enti di riforma, consorzi, cooperative, ecc.) e, dall’altro, di borghesia compradora (spesso rappresentata da imprese di trasformazione dei prodotti agricoli) espressione di ulteriori sviluppi e trasformazioni della proprietà fondiaria semi-latifondista e semi-parassitaria (legata allo sfruttamento servile della microazienda contadina e del bracciantato).
Il problema che emerge dalla valutazione delle proteste e mobilitazioni di queste settimane è proprio quello relativo alla presenza al loro interno, a volte persino egemonica, di forze ed interessi che mettono al centro proprio le strategie di occultamento di questa oppressione imperialista.
Queste forze e questi interessi cercano quindi di dare l’idea che i vari settori sociali relativi alla piccola produzione, che oggi si stanno mobilitando, siano accomunati da un unico problema rappresentato da quello del livello dei prezzi delle merci.
Sia di quelli troppo elevati del carburante per i mezzi di trasporto e per quelli agricoli, sia di quelli troppo bassi pagati per i prodotti all’origine (prodotti primari, non trasformati) ai piccolissimi e piccoli produttori autonomi, sia ancora di quelli che vengono proposti dalle imprese intermediarie (cooperative, consorzi, imprese di trasformazione, grandi imprese agricole operanti su base intensiva per l’esportazione, ecc.) ai grandi monopoli, venendo considerati da questi ultimi come eccessivamente elevati. Infine anche i grandi monopoli si lamentano dei prezzi troppo bassi dei prodotti di altri paesi, che li danneggerebbero sul piano della concorrenza internazionale.
Astraendo dalla questione della pesante incidenza del prezzo della benzina sulle condizioni di vita in generale del proletariato e delle masse popolari, il problema dei prezzi del carburante presenta altri aspetti di ovvia rilevanza come, per es., nel caso dell’uso dei mezzi di trasporto e di quelli agricoli. Qui però è subito evidente come dietro a quella che si vuole far apparire come una diffusa comunanza di interessi, si presentino classi sociali e prospettive politiche reciprocamente antagoniste.
In primo luogo si deve considerare che una stima di massima indica che al Sud e nelle Isole sono registrate nel comparto degli autotrasporti poco più di 24.000 imprese. Tra esse circa il 60% sono relative ad un unico lavoratore coincidente con il titolare (40%) o un’azienda composta dal titolare e da un unico autista dipendente. Le imprese con 5 o più lavoratori, per condizioni di lavoro e livello salariale paragonabili ai lavoratori delle altre imprese della logistica o a quelle medie dell’operaio di fabbrica, arrivano al massimo al 20%.
Dato che il settore degli autotrasporti è paragonabile sotto il profilo economico a quello del commercio, ne risulta (i lavoratori dipendenti non sono quindi operai salariati, ma lavoratori super-sfruttati, dei semi-proletari o dei membri degli strati inferiori della piccola borghesia) che è possibile distinguere tre componenti sociali fondamentali: 1) quella dei dipendenti super-sfruttati, 2) quella delle piccolissime aziende (composte solo da un titolare) e delle piccole aziende (un solo dipendente oltre al titolare), 3) quella delle imprese sfruttatrici.
Tra queste tre componenti esiste un’assoluta disparità di interessi. I dipendenti super-sfruttati sono interessati, come il resto del proletariato e delle masse popolari del paese, all’eliminazione delle tasse sul carburante legata all’introduzione di misure di tassazione progressiva sulle rendite e sui profitti. Inoltre sono interessati, posto l’azzeramento delle aliquote di tassazione sui prezzi dei carburanti, alla distruzione del meccanismo di fondo della formazione di tali prezzi relativi alle componenti del massimo profitto monopolistico e delle rendite intascate direttamente ed indirettamente dalla grande borghesia. Se l’azzeramento delle tasse sul carburante (ed in genere sui mezzi di consumo) legato ad un’effettiva patrimoniale è teoricamente realizzabile sul piano economico con una pacifica riforma sociale (anche se nell’imperialismo tutto questo è praticamente impossibile sul piano politico senza un rivolgimento rivoluzionario), la distruzione dei meccanismi relativi alla formazione dei prezzi è impossibile senza l’instaurazione di uno Stato di democrazia popolare sulla via del socialismo. Quindi in ultima analisi il proletariato e le masse popolari possono opporre all’aumento dei prezzi del carburante (ed in generale a quello dell’aumento dei prezzi dei beni al consumo) solo lo sviluppo della lotta di classe in funzione della preparazione delle condizioni soggettive e politico-organizzative per lo sviluppo della rivoluzione popolare.
Il problema si ripresenta in forma diversa, ma simile nella sostanza, per i piccolissimi e i piccoli autotrasportatori che si arrabattano cercando di sopravvivere nell’impossibilità di ottenere una soluzione del problema del prezzo del carburante, che contribuisce a precludere la possibilità di una prospettiva di espansione aziendale e di miglioramento della propria condizione economica. Questo poi è particolarmente vero nell’imperialismo, a causa dell’affermazione del principio del massimo profitto monopolistico, ed ancora più vero se consideriamo che il Meridione e le Isole sono un territorio oggetto mediamente di super-sfruttamento del lavoro (non solo di quello salariato ma anche di quello delle piccole aziende e dei piccoli produttori).
La terza componente, che trova per es. espressione nelle grandi organizzazioni di categoria delle imprese dell’autotrasporto, non a caso anch’esse in prima fila nelle proteste dei giorni scorsi, ha invece interesse a ottenere dallo Stato ulteriori sovvenzioni e privilegi a sostegno della propria attività imprenditoriale incentrata sul super-sfruttamento del lavoro e sull’incremento delle rendite parassitarie. Queste grandi ditte private gravano in realtà sulla produzione e sullo sviluppo delle forze produttive e, in particolare al Sud e nelle Isole, contribuiscono al mantenimento e alla riproduzione dell’arretratezza economica. La loro natura parassitaria ed intermediatrice rispetto alla grande industria e alla grande distribuzione, le rende succubi e servili nei confronti dei monopoli imperialisti. È ovvio che sulla base di tali interessi economici e sociali si sviluppino, sulla questione dell’elevato prezzo del carburante, concezioni, posizioni politiche e legami organizzativi che propendono oggi a favore di una politica più attiva e protagonista dello Stato italiano in senso reazionario e guerrafondaio e nel senso di una maggiore proiezione dell’imperialismo italiano all’estero. Molti discorsi che circolano diffusamente in queste settimane sulla questione dello Stato che sarebbe “assente” vanno quindi nella direzione di una maggiore richiesta di protagonismo nelle politiche espansionistiche contro i paesi e i popoli oppressi ed in quelle relative alla competizione inter-imperialistica. Non è dunque un caso che ci siano interessi sociali interni alle proteste di queste settimane, che cercano di operare sul piano politico ed ideologico per collegare il problema del prezzo dei carburanti alla chiusura dello stretto di Hormuz, propendendo quindi a favore dell’aggressione dell’imperialismo contro lo Stato iraniano.
In secondo luogo, il problema del prezzo dei carburanti è che oggi sta contribuendo a rendere esplosiva una contraddizione che va decisamente al di là della questione delle aziende ed imprese dell’autotrasporto e che coinvolge gran parte dei settori economici del Meridione e delle Isole. In particolare, la crescita del prezzo dei carburanti caratterizzata, come abbiamo visto, dall’inaudito livello di tassazione e dagli interessi dei monopoli dell’imperialismo, incide ulteriormente sull’incremento dei prezzi dei prodotti all’origine. È proprio qui che però interviene un altro meccanismo tipico dell’economia imperialista e che si traduce nell’accentuazione dell’oppressione dell’imperialismo del Nord sulle masse popolari del Sud. Questo meccanismo opera proprio mantenendo il più basso possibile il prezzo delle merci prodotte all’origine. Quindi i prezzi dei prodotti all’origine che definiscono, in proporzione all’entità della produzione, il livello del sostentamento delle piccolissime e piccole aziende produttrici in primo luogo agricole e pastorali, da un lato vengono appunto mantenuti il più bassi possibile dalle imprese intermediarie e dai grandi monopoli, dall’altro sono soggetti a una spinta al rialzo, venendo di fatto ulteriormente compressi -sotto il profilo delle entrate effettive- in corrispondenza, appunto, con l’incremento del prezzo dei carburanti. La piccolissima e piccola azienda delle masse popolari del Meridione e delle Isole, che può sostenersi spesso solo grazie ad un’ingente massa di lavoro informale di familiari -spesso minori e parenti- (non computato quindi dalle statistiche ufficiali che ridimensionano arbitrariamente i datti relativi all’entità di tali aziende), rischia quindi di cadere nell’impossibilità della sopravvivenza economica.
Nel Meridione e nelle Isole, i prodotti agricoli e zootecnici non trasformati provengono spesso da piccole e piccolissime aziende contadine e pastorali prevalentemente a conduzione familiare. Queste, non potendo collocare direttamente i propri prodotti sul mercato, sono costrette a venderli a imprese intermediarie che ne impongono i prezzi al ribasso. Ne consegue che tali aziende devono cedere gratuitamente una quota sempre maggiore del valore prodotto alle imprese di trasformazione riconducibili al capitale burocratico e alla borghesia compradora. Questa borghesia intermediaria parassitaria trae certo profitto dai prezzi al ribasso imposti alle piccole aziende, ma è però a sua volta costretta a cedere una parte del valore estorto ai piccoli produttori alle grandi imprese monopolistiche industriali, finanziarie e della grande distribuzione. Queste ultime, infatti, impongono a loro volta alle imprese intermediarie e trasformatrici prezzi di acquisto tali da assicurarsi sovraprofitti imperialistici. Ora anche le grandi imprese dell’imperialismo del Nord Italia si lamentano dei prezzi che manterrebbero bassi i loro profitti e dichiarano che i bassi “profitti” da loro conseguiti sono alla base di tutti i mali ed i problemi dell’economia italiana. Da cui l’incessante lavorio a favore dello sviluppo della competitività dell’imperialismo italiano e la perenne denuncia dell’ “inaffidabilità” e delle “scorrettezze” di altri vari Stati ed economie estere, che manterrebbero appositamente bassi i prezzi dei loro prodotti per poter invadere il mercato italiano. Il loro motto fascista è quindi quello dell’ordine sul fronte interno e della preparazione della guerra sul fronte esterno.
Nel Meridione e nelle Isole tutto questo si ripercuote ulteriormente anche sui lavoratori salariati e sui lavoratori dipendenti e sfruttati dei settori dell’agricoltura e dell’allevamento, ma anche dei piccolo commercio, del comparto delle costruzioni e dell’artigianato, a cui viene riservato un trattamento fondato sul super-sfruttamento di tipo semi-servile e quindi semi-feudale (si pensi al lavoro nero e grigio, al caporalato, alle condizioni di completo arbitrio a cui sono assoggettati gran parte dei rapporti di lavoro).
Proprio quest’idea dell’esistenza di un unico problema di fondo, quello dei prezzi delle merci, comune a settori e classi sociali caratterizzati in realtà da condizioni ed interessi di fondo persino opposti, contrasta la possibilità dello sviluppo del movimento di massa democratico e popolare e favorisce invece la tendenza alla formazione di un blocco corporativo egemonizzato dai settori della borghesia burocratica e compradora e tramite essi dai grandi monopoli e dalle grandi rendite dell’imperialismo.
I settori della borghesia intermediatrice, burocratica e compradora (nel Mezzogiorno e nelle Isole) sono certo anche in concorrenza con i monopoli imperialisti, ma anche per questo guardano strumentalmente alle proteste e alle lotte delle masse popolari come ad una leva per la difesa dei propri privilegi. Questi settori in realtà, al di là di una superficiale e momentanea competizione, svolgono un perenne ruolo di supporto e di intermediazione rispetto ai grandi interessi monopolistici dell’imperialismo italiano e di altri paesi occidentali (USA e Germania in primo luogo), sino a mettersi al loro servizio rivendicando misure protezionistiche contro i prodotti provenienti da altri paesi e quindi richiedendo più presenza dello Stato e più determinazione dell’imperialismo italiano nella sua proiezione economica e, con essa, politica e militare all’estero.
Due sono le linee che si scontrano oggi e quindi due sono di fatto gli schieramenti sociali caratterizzati reciprocamente da interessi antagonistici.
Da un lato la linea che rappresenta gli interessi delle masse popolari del Meridione e che indirizza alla lotta contro i prezzi di monopolio imposti ai produttori dai grandi monopoli e dai settori della borghesia burocratica e compradora, che intermediano di fatto i piccoli produttori con il grande capitale industriale e finanziario e la grande distribuzione. Questa è la linea della lotta contro l’imperialismo del Nord ed il capitalismo burocratico sviluppatosi del Meridione e nelle Isole, una lotta che non può che marciare nella direzione della soluzione della crisi economica e sociale tramite l’eliminazione, attraverso la rivoluzione democratico-popolare di lunga durata, di questi ostacoli.
Dall’altro lato la linea della borghesia burocratica e compradora, legata alla mafia e alla grande criminalità ed al servizio dell’imperialismo italiano ed estero, che lavora per indicare come sbocco della crisi economica e sociale del Meridione quello della guerra imperialista contro i popoli oppressi e quello della guerra inter-imperialista per la spartizione del mondo. Questa seconda linea è quella che oggi sotterraneamente mira a riproporre lo spirito ultrareazionario del movimento dei forconi di una decina di anni fa e che lavora di fatto per determinare un salto di qualità nella fascistizzazione dello Stato.
La storica alleanza rivoluzionaria degli anni Sessanta e Settanta tra operai, studenti e movimenti contadini e pastorali del Sud e delle Isole va oggi quindi riproposta in forma attualizzata nella consapevolezza che l’unica strada percorribile è quella dell’unità nella lotta e nell’organizzazione per creare le condizioni, tra cui quella della formazione del partito della rivoluzione democratico-popolare, per porre fine all’ascesa del fascismo e all’oppressione economica, politica, militare e nazionale dell’imperialismo italiano sul proletariato e sui lavoratori sfruttati del Centro-Nord e del Nord del paese e sulle masse popolari del Mezzogiorno, della Sicilia e della Sardegna.
NUOVA EGEMONIA