Di recente Cuba ha attuato una serie di riforme che sono state presentate in alcuni ambienti trotskijsti dell’“estrema sinistra” come una modifica sostanziale della struttura economica del paese. La maggior parte delle forze della “sinistra radicale” e della stessa “estrema sinistra” ha invece sostenuto che il “socialismo” continuerebbe a permanere a Cuba.
La prima questione che si presenta è dunque quello della natura economico-sociale e di classe di Cuba. La seconda questione, parzialmente dipendente dalla prima, è quale debba essere l’impostazione della lotta antimperialista a sostegno del popolo cubano contro l’aggressione in corso da parte dell’imperialismo USA.
Per rispondere è necessario partire dalle recenti “riforme”, considerandole nel quadro della struttura economico-sociale affermatasi a Cuba a partire dagli esiti della Rivoluzione del 1959.
Come è noto, il governo cubano ha recentemente approvato un pacchetto di riforme articolato in tre assi strategici e 176 misure. Tra le principali troviamo: – l’autorizzazione al capitale straniero di operare con una partecipazione fino al 100% in alcuni settori dell’economia privata, come ad esempio il commercio all’ingrosso, eliminando l’obbligo di costituire società miste nelle quali lo Stato tratteneva precedentemente una quota del capitale; – l’autorizzazione per un maggior numero di istituti bancari stranieri a svolgere operazioni di finanziamento del commercio estero, ampliando la circolazione della valuta estera nell’economia nazionale, pur mantenendo formalmente il controllo della Banca Centrale; – la possibilità di costituire società imprenditoriali private e la rimozione del limite massimo alle assunzioni. In precedenza, le imprese private potevano impiegare al massimo 100 dipendenti; con la nuova normativa tale limite viene eliminato, consentendo ai datori di lavoro di negoziare direttamente salari e contratti con i lavoratori; – l’apertura agli investimenti dei cittadini cubani residenti all’estero, compresi gli esuli che lasciarono il Paese dopo la Rivoluzione e che oggi risiedono principalmente negli Stati Uniti, più nello specifico in Florida, a Miami o in altri Paesi. Questi ultimi potranno investire, acquistare beni immobili e aprire attività economiche sull’isola, grazie alla rimozione di numerosi divieti giuridici esistenti fin dalla Rivoluzione; – la possibilità per capitali privati e monopoli stranieri di gestire o affittare beni e linee produttive appartenenti ad aziende che in precedenza erano amministrate esclusivamente dallo Stato; – la concessione di una maggiore autonomia operativa ai municipi, affinché i governi locali possano gestire direttamente i propri bilanci, autorizzare imprese ed effettuare operazioni di importazione ed esportazione, superando il precedente sistema fortemente centralizzato del commercio estero.
Queste misure rappresenterebbero per molte forze della “sinistra radicale” e dell’”estrema sinistra” del nostro paese l’espressione di un “adattamento” del socialismo alle nuove “condizioni materiali” al fine di combattere meglio l’imperialismo USA. La realtà, tuttavia, è diversa. Queste recenti riforme costituiscono un ulteriore tentativo di procedere nel senso della ristrutturazione di rapporti economici che non sono mai stati socialisti.
Per comprendere come Cuba sia giunta a questo punto è necessario ripercorrere, seppur sinteticamente, la sua evoluzione storica a partire dalla Rivoluzione cubana del 1959, che ebbe un carattere rivoluzionario antimperialista, caratterizzato però da un’impostazione e un’egemonia essenzialmente piccolo-borghesi. In essa prevalse come linea guida quella che può essere definita come “teoria della subordinazione nazionale”. Fin dall’inizio del governo di Fidel Castro Cuba tentò di inserirsi nella contraddizione tra gli Stati Uniti e il socialimperialismo sovietico (affermatosi tramite la restaurazione del capitalismo in URSS dopo il colpo di Stato controrivoluzionario contro il proletariato e la linea della sinistra del Partito comunista rappresentata dalle posizioni di Stalin). In questo quadro Cuba lavorò sin dall’inizio per ottenere l’appoggio del socialimperialismo, con la conseguenza che il revisionismo sovietico riuscì abbastanza velocemente a porsi alla guida del “processo rivoluzionario cubano” arrivando a poter usufruire dell’intervento delle truppe cubane nelle sue imprese imperialiste e guerrafondaie in Africa.
Cuba passò dall’orbita di influenza dell’imperialismo statunitense a quella del socialimperialismo sovietico. La vicinanza geografica agli Stati Uniti e l’importanza strategica dell’isola come produttrice di zucchero e nichel spinsero il socialimperialismo a lavorare per consolidare la propria influenza sul Paese. Per questo motivo, l’economia dello Stato cubano si sviluppò sul modello degli Stati dell’Europa orientale assoggettati al socialimperialismo, con il loro carattere fortemente semicoloniale e capitalistico burocratico. Cuba adottò così la formula tipica del socialimperialismo sovietico, ovvero una parziale nazionalizzazione della terra, dell’industria, dei mezzi di produzione e del commercio. Oltre a ciò, varò una serie di leggi atte a ostacolare l’ingresso degli investimenti esteri diretti dei paesi imperiasti occidentali. Completando il tutto con l’instaurazione del monopolio politico reazionario del partito revisionista, il cosiddetto “Partito Comunista Cubano”. Fu proprio questo processo a non permettere a Cuba di procedere con una rivoluzione democratica antimperialista ed antifeudale.
Questi compiti antimperialisti ed antifeudali includevano l’opposizione al sistema imperialista nel suo complesso, il sostegno alla Cina maoista ed alla tendenza alla rivoluzione proletaria mondiale e la messa in atto della parola d’ordine democratico-rivoluzionaria “la terra a chi la lavora”, ovvero ripartizione della terra nel processo della Rivoluzione agraria tra i contadini (principalmente poveri e medi, ma anche ricchi se rimangono terre a disposizione). Ciò implicava che la terra dei grandi proprietari e dello Stato reazionario venisse inizialmente attribuita ai piccoli contadini come “proprietà privata” all’interno di un processo più ampio di graduale socializzazione che include tutta una serie di passaggi intermedi verso il socialismo (per es. l’istituzione di cooperative). Altro compito era quello della confisca del capitale burocratico e imperialista, in modo da poter porre le basi per l’industrializzazione del paese e la piena autosufficienza economica, mai raggiunta da Cuba a causa della sua sottomissione agli interessi del socialimperialismo (monocoltura dello zucchero, nichel ecc.).
La Nuova Democrazia può anche inizialmente preservare il capitale della borghesia nazionale, ovvero quelle piccole imprese capitalistiche che hanno tutto l’interesse a sviluppare l’industria e a rendersi indipendenti dal dominio dell’imperialismo e della sua borghesia compradora, che ha un carattere puramente parassitario.
Con il crollo dell’impero del socialimperialismo dell’ex-URSS, Cuba entrò in una nuova fase di profonda crisi economica, noto come “Periodo Speciale”. Tra il 1989 e il 1993 il Paese subì un crollo delle esportazioni, conseguenza della dissoluzione del principale mercato di sbocco e della perdita del sostegno economico sovietico. Nonostante ciò, Cuba continuò a mantenere rapporti commerciali con la Federazione Russa e con altri Paesi dell’Europa orientale, oltre che con la Cina. Durante il “Periodo Speciale”, il governo cubano iniziò a adottare una serie di ristrutturazioni economiche nel tentativo di mantenere a galla lo Stato Capitalistico Burocratico. Fu legalizzato il possesso del dollaro statunitense e generalizzato il lavoro autonomo (trabajo por cuenta propia o cuentapropismo) relativo alle piccole attività private. Vennero inoltre autorizzati investimenti esteri. Sostenere che la proprietà privata sia nata soltanto negli anni Novanta significherebbe ignorare il fatto che essa non aveva mai cessato di esistere.
La fine del “Periodo Speciale” non fu determinata esclusivamente dalle “riforme economiche” degli anni Novanta, bensì soprattutto dall’ascesa di Hugo Chávez al governo del Venezuela. A partire dalla “Rivoluzione Bolivariana”, i due Paesi instaurarono un rapporto di cooperazione reciproca che consentì alla borghesia burocratica cubana di far fronte alla propria crisi grazie alle forniture di petrolio venezuelano proveniente dalle riserve nazionalizzate dal governo chavista. Parallelamente, anche il ritorno della Russia sulla scena internazionale dopo la crisi degli anni Novanta, con l’ascesa di Vladimir Putin, e la crescita della Cina come grande potenza economica contribuirono a modificare il contesto internazionale in cui Cuba era inserita. Ciò nonostante, il governo cubano proseguì con una serie di ristrutturazioni nel tentativo di consolidare i rapporti di produzione capitalistico-burocratici esistenti sull’isola, ribadendone così la condizione semicoloniale votata alla subordinazione nei confronti delle varie potenze imperialiste.
Nel 2019 la nuova Costituzione riconobbe esplicitamente la proprietà privata e il ruolo del mercato nell’economia nazionale. Nello stesso tempo venne reintrodotta la figura del Primo Ministro, con l’obiettivo di ridistribuire formalmente parte delle funzioni precedentemente concentrate nella Presidenza della Repubblica e di mantenere un’apparenza di continuità istituzionale con il processo politico iniziato nel 1959. È a questo punto che molti sostengono che sia avvenuta la restaurazione del capitalismo. Però questa conclusione trascura il fatto che la proprietà privata era già stata riconosciuta e praticata per molti anni. Le riforme del 2019 non rappresentano quindi l’origine della restaurazione capitalistica, ma un ulteriore passo nel riconoscimento formale di una realtà economica già consolidata. In altre parole, iniziò a consolidarsi una classe “imprenditoriale” analoga a quella presente negli altri Paesi semicoloniali, sebbene sviluppatasi all’interno delle particolari condizioni storico-sociali cubane.
Il punto centrale della questione non risiede nella contrapposizione tra proprietà privata e proprietà sociale dei mezzi di produzione, poiché, secondo quanto esposto, la proprietà sociale non si è mai realmente sviluppata a Cuba. Allo stesso modo, non si è trattato di una contraddizione tra socialismo e capitalismo.
La contraddizione fondamentale è quella tra una nazione oppressa e l’imperialismo che mira a soggiogarla, a ciò si intreccia la contraddizione tra le masse popolari e la struttura, di fatto, semicoloniale e semifeudale del Paese.
Questa dinamica si riflette anche all’interno dello stesso paese come conflitto tra due frazioni della grande borghesia: da un lato quella egemone della borghesia burocratica, legata allo Stato cubano e al capitalismo monopolistico di Stato; dall’altro la borghesia compradora, maggiormente collegata al capitale commerciale. In questo quadro opera quella che è la borghesia burocratica che, a differenza di altri paesi semifeudali e semi-coloniali, ha sviluppato il suo rapporto con l’imperialismo attraverso lo Stato, che agisce come mediatore tra il capitale straniero e l’economia nazionale. Nei Paesi semicoloniali, infatti, la grande proprietà fondiaria e la borghesia compradora risultano strettamente integrate con il capitale monopolistico internazionale. L’estrazione del plusvalore e della rendita della terra avviene principalmente a vantaggio dei monopoli imperialisti, mentre lo Stato locale partecipa al processo come socio subordinato. Quindi a Cuba lo Stato ha operato come partner del capitale straniero, partecipando alla distribuzione della ricchezza prodotta, mentre la quota principale del profitto è rimasta nelle mani dei grandi monopoli internazionali. Le riforme attuali non modificano la natura dei rapporti di produzione. Esse trasformano soltanto la forma attraverso cui il capitale imperialista opera.
Lo stesso fenomeno può essere osservato in altri Paesi semicoloniali, come il Brasile. In questi contesti può esistere una maggiore o minore presenza del capitale statale, ma la struttura economica continua a essere caratterizzata dall’alleanza tra borghesia burocratica, borghesia compradora e capitale monopolistico internazionale. La condizione semicoloniale implica infatti che una parte predominante del profitto prodotto nel Paese venga appropriata dai monopoli imperialisti. Questo è ciò che avviene inevitabilmente a Cuba, sia che prevalga il capitale statale, sia che prevalga quello privato. In entrambi i casi si tratta, in ultima istanza, di capitale privato, poiché, pur assumendo forme giuridiche differenti, continua a fondarsi sulla proprietà privata dei mezzi di produzione. Di conseguenza, le riforme attuali non rappresentano un’uscita dalla crisi, ma anzi tutt’altro: è un ulteriore approfondimento della condizione semicoloniale di Cuba.
Oggi i principali partner economici di Cuba sono la Russia imperialista e la Cina socialimperialista, ma queste riforme potrebbero anche facilitare una ridefinizione dei rapporti tra USA, Russia e Cina con un incremento dell’influenza economica statunitense, assecondando la loro strategia volta a riaffermare la propria egemonia nel continente americano, in una sorta di riedizione della Dottrina Monroe. Gli USA sono pronti a utilizzare qualsiasi mezzo, dal ricatto energetico alla guerra più intensa tramite il blocco per limitare l’espansione dell’influenza cinese in America Latina e ricondurre Cuba nell’orbita economica degli Stati Uniti. L’obiettivo sarebbe quello di indurre la leadership cubana ad accettare una completa integrazione nel sistema economico dominato dagli Stati Uniti, prospettando in cambio un progressivo allentamento dell’embargo economico.
La “teoria della subordinazione nazionale” da sempre praticata da Cuba lascia intravedere anche questa possibile strada, peraltro pienamente in linea con la recente scelta del Venezuela. Questa teoria, combattuta da Mao, avanza l’idea secondo cui un Paese arretrato non può conquistare o mantenere la propria indipendenza politica senza porsi sotto la protezione di una grande potenza. La base sociale di questa teoria va individuata nella piccola-media borghesia, incapace di sostenere una lunga lotta per l’indipendenza e quindi incline a capitolare di fronte alle pressioni dell’imperialismo e, soprattutto, nella grande borghesia burocratica e compradora.
Gli economisti borghesi parlano di uno sviluppo “impossibile” a Cuba, per via delle sue condizioni materiali in termini di territorio e risorse. Quest’analisi è al servizio dell’imperialismo e rappresenta un’apologia diretta dei suoi interessi. Il problema di Cuba non è quello della scarsità delle sue risorse o delle ridotte dimensioni del suo territorio, ma di una scelta di classe, presa dopo la Rivoluzione, di subordinare il proprio sviluppo agli interessi di una potenza straniera, prima l’Unione Sovietica e, successivamente, di altri imperialisti, rinunciando a costruire un’economia realmente indipendente e autosufficiente nella prospettiva del socialismo.
Con la dissoluzione dell’impero del socialimperialismo dell’ex-URSS si è delineato un ruolo sempre più offensivo dell’imperialismo USA volto ad assoggettare pienamente Cuba ai propri specifici interessi. Come ricorda il Presidente Mao, per essere sotto attacco dell’imperialismo non è per forza necessaria la presenza di militari stranieri sul suolo nazionale, come nel caso di un’invasione, ma gli attacchi dell’imperialismo possono avere come natura i bombardamenti (come nel caso dell’Iran), o anche, come nel caso di Cuba, un blocco navale, un embargo sul piano istituzionale.
Smascherare il carattere servile, opportunista e capitolazionista del capitalismo burocratico cubano e dei suoi sostenitori internazionali è l’opposto del sostegno al criminale embargo imposto dagli Stati Uniti contro Cuba. L’embargo economico è uno strumento di coercizione utilizzato dall’imperialismo USA per conseguire il proprio pieno dominio. Rappresenta il tentativo di attuare, come modalità di ricatto, uno strangolamento economico di Cuba, impedendogli l’accesso ai mercati internazionali, ai fattori produttivi, alle tecnologie e ai finanziamenti necessari al proprio sviluppo. L’embargo rientra tra le principali forme di aggressione imperialista, e a Cuba ha prodotto enormi sofferenze per le masse popolari.
È necessario quindi ribadire che, a maggior ragione proprio a causa della natura capitalistico burocratica e semicoloniale che si traduce nel tentativo dello Stato cubano di giocare sulle contraddizioni tra i paesi imperialisti, mettendosi al servizio dell’uno o dell’altro, rivoluzionari e antimperialisti devono difendere la sovranità nazionale di Cuba opponendosi strenuamente alla crescente aggressione dell’imperialismo yankee ed alle permanenti mire dell’imperialismo russo e del socialimperialismo cinese.
I rivoluzionari e gli antimperialisti di tutto il mondo devono essere fiduciosi che lo spirito combattivo del popolo cubano prevarrà. Analogamente è necessario essere fiduciosi che il proletariato cubano sia in grado, promuovendo un fronte antimperialista in difesa del popolo cubano e costruendo il proprio partito maoista, di sconfiggere l’aggressione dell’imperialismo USA. Non c’è dubbio che questo percorso si protrarrà sino alla promozione della rivoluzione democratica contro la borghesia burocratica cubana per l’affermazione di uno Stato di Nuova Democrazia. In ultima analisi solo il proletariato cubano con il suo partito maoista potrà unificare le masse popolari cubane, sconfiggere l’opportunismo, il servilismo ed il capitolazionismo dello Stato e della borghesia cubana, costruire il fronte unito nazionale antimperialista, appoggiarsi alle masse popolari antimperialiste di tutti i paesi del mondo e sconfiggere gli USA. Ribadiamo la necessità della solidarietà internazionalista con il popolo Cubano ed il nostro disprezzo per l’imperialismo e i suoi progetti genocidi.
Cuba sì, yankee no! Abbasso l’aggressione imperialista!
NUOVA EGEMONIA